sabato 1 giugno 2013

Ti racconto una storia.

Anche se ammetto di non essere particolarmente ispirata, mentre correggevo gli orrori della mia tesi, mi è venuta in mente quanto ieri avevo raccontato in una telefonata.
Il titolo della storia potrebbe essere la beffa del primo novembre.
Da sempre, chi soffre della presenza, ingombrante, di genitori relativamente anziani, sa anche che il loro cruccio è vederti esattamente come una bridgette jones in miniatura.
Come lei, tocca sopportare la solfa delle presentazioni e, come lei, si tenta di annegarle in vario modo. Personalmente preferisco il sistema di annegarle nell’acido, non nell’alcool, conoscendo la mia proverbiale incapacità di reggere un tasso alcolemico superiore al bicchiere di vino rosso.
Negli anni passati, ogni primo di novembre, cadenza che potrebbe quasi ricordare il giorno del ringraziamento nel libro/film della eroica ragazza inglese, ci si reca nei cimiteri.
La circostanza, già bieca di suo, si consuma da anni, nella giornata sbagliata, visto che il primo di novembre ricorre la festività di tutti i santi, specie quelli che nel calendario, per qualche ragione recondita (vuoi la mancata raccomandazione terrena, vuoi la dimenticanza di uomini senza fede), non sono presenti.
E come ogni anno, tutti imbellettati, qualcuno pieno di ricordi e qualcun’altro pieno solo di una ricorrenza di cui non capisce il significato, ci si reca nel luogo di culto.
Ora, personalmente mi reco in tre cimiteri, stante lo sparpaglio dei miei parenti. Il mio preferito resta quello dove sono sepolti il nonno e la nonna. Strano che mentre lo scrivevo la nonna la considero ancora viva pur essendo passati quasi sei anni. È un cimitero piccolo, si incontra gente che non mi conosce e, sopra ogni cosa, è troppo interessata a mia madre, memoria storica portatile ed estraibile del ramo della famiglia casertana. Per cui quoto quel cimitero come luogo di asilo politico.
Gli altri due, rispettivamente quello dove c’è mio zio e quello dove c’è il resto della mia famiglia, sono enormi, dispersivi, ma soprattutto in grado di destabilizzarmi, ogni santo anno.
Gli episodi sono molteplici e si ripetono costantemente ogni anno. Come ogni anno il primo novembre ritorna.
La scena che si consuma tra il viale del pianto (è così che si chiama una delle strade del cimitero nel quale passo più tempo) e quello della misericordia è sempre la stessa. Mia madre, causa perenne come un pino mai ingiallito dal corso degli anni, saluta persone che l’hanno salutata. Nel giro di un attimo, mentre lei fugge, perché tenta disperatamente di scappare come una inseguita dalla guardia di finanza, c’è sempre qualcuna (attenzione “a”) che la ferma.
E si consuma la tragedia.
“ma è tua figlia? È troppo bella!ma posso presentarle mio figlio?”
La formula è sempre uguale. La donna, senza il suo brillocco, avanza la proposta, indecente per me, di presentarmi un essere la cui consistenza si riduce ad un fantoccio trasparente e dispettoso.
Per anni, mia madre si è interrogata sul da farsi. Negli scorsi due anni, mia madre è andata oltre. Oltre la mia pazienza e capacità comprensiva. In uno slancio temerario, quasi quanto uno stantman impazzito, decide di approfondire. Inutile dire che il risultato è stato inenarrabile.
In compenso per almeno due settimane, in casa, si fantasticava su sta cosa. Anzi, i miei fantasticavano. Io sbattevo la testa nel muro. Così, per sfizio.
Tornando al discorso del primo novembre, c’è da dire che io, in quanto nata di novembre e per giunta il 17, ne sono molto legata, il primo novembre segna il count down al mio compleanno. E anche quest'anno la maledizione ovviamente si è abbattuta su di me. 
Ebbene si, anche quest'anno, mia madre è riuscita a portarsi dietro, come una sorta di calamita, una sua amica di liceo. Quest'ultima, madre sconsolatissima di un campione di beltade e di principi attivi come, tra gli altri, il bifidus actireguralis, appena vista mia madre, anzi, me, ha pensato "TOMB-OLA!"
Già. 
Eravamo quasi usciti da quell'inferno di persone chiacchieranti, mancavano poco meno di 500 metri alla macchina, il traguardo era lì a portata di mano. Per un breve istante ho pensato tra me e me "quest'anno no! è quasi fatta!", mi stavo gustando il risultato e... l'aggancio. 
E' bastato un attimo di distrazione, papà che si ferma e... "mariateresaaaaaaaaaaaaaa!!! ma come stai bene!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!" 
un brivido percorre la mia schiena, mi faccio forza, sorrido, troppo tardi. 
"ma questa è tua figliaaaaaaaaaaaa!" urlandolo a tutta voce. 
Vi risparmio i dettagli (sempre uguali da almeno 10 anni). 
Conclusione: dieci minuti a ricostruire la conoscenza tra mia madre e la cristiana, per me emerita sconosciuta,
ulteriori dieci minuti per capire per quale legame familiare fosse in quel luogo,
ulteriori ottanta minuti di confabulazione familiare sulle qualità del bifidus. 
Risultati: la mia pazienza consumata già nel breve lasso di tempo che è andato dalla pronuncia della "m" di mariateresa e la fine della "a" della stessa parola.
Considerazioni finali: il prossimo anno mi organizzo diversamente. parola di lupetto.

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