martedì 26 giugno 2012

basta una gonna o un cavaliere per caso?

Stamattina ho proseguito nell'andirivieni tipico di questi giorni afosi. Oggi mi è toccato il tour del circondario nolano. Ho fatto tutto quanto è stato richiesto alla mia professione e con fare, molto professionale, ho ottenuto tutto quello che potevo ottenere senza troppo sforzo.
Ma attenzione oggi è stato un giorno particolare.
Ho messo la gonna. Anzi, ho messo la gonna dritta. Altezza metà ginocchio. Blu. Con camicina celeste chiara, senza maniche. Una volta si diceva taglio all'americana. Capelli raccolti, una linea nera e argento sugli occhi, tanto mascara (per fare flapflap[cit.]) gloss e occhiali da sole. Dimenticavo..e zeppe particolari con le stringe.
Oggi, come dire, sembravo più femmina del solito. O per dirla in maniera aulica "la professionalità era affermata da una maggiore femminilità".
E?
E, per la prima volta, mentre entravo in una cancelleria con un fascicolo piuttosto voluminoso, in difficoltà (ma manco tanto in fondo, mi sono trovata in situazioni ben peggiori), un impavido praticante mi ha chiesto "ha bisogno di aiuto? prendo io il fascicolo!" e io, un po' imbarazzata e sorpresa (non mi capita mai una cosa del genere) ho risposto "si, la ringrazio dell'aiuto" e mi sono fatta aiutare.
La cosa in sé non è assolutamente significante. Ma ho necessità di parlarne non perchè sia un piccolo mostro, anzi (e non tentate neanche di pensare a male solo perchè qua non carico foto) ma perchè la gentilezza e la cavalleria mi sembrava sepolta insieme ad una serie di princìpi e prìncipi.
E ad ogni modo oggi sono stata smentita.
Forse la cavalleria esiste ancora o, forse, il mio look aveva qualcosa che ispirava.
Onestamente spero che la seconda sia stata solo un pretesto per riattivare la prima, altrimenti.. c'amma fa? del resto si sa, l'occasione fa l'uomo ladro...o cavaliere.

lunedì 25 giugno 2012

sappiatelo..

dopo un po' che ho aperto il blog, mi sono trovato con un "amico" pubblicista che ha fatto piovere sulla mia idea una pioggia di "no", "non va bene" "troppo lungo, non va", e così via.
Potrei tediare tutti, me compresa, nel recuperare tutto quanto mi ha detto e scritto, riportandolo, ma ho in alta considerazione la mia poca pazienza, così evito a tutti di fare un elenco dettagliato sul tema. Ma la tentazione di elencare è forte.
Ma, sappiatelo, me ne asterrò come quando si fanno i fioretti nel mese di maggio, cioè che, per ora, nulla scrivo, ma non è detto che non si riproponga l'argomento, come una peperonata fatta male e digerita peggio, e non lo si affronti con tutto quel che ne può derivare.
Da un primo bilancio del diario privato/pubblico, posso dire di aver evitato di pagare uno psicologo e di aver, pertanto, risparmiato qualcosina. Da un'osservazione un po' meno superficiale, mi vien da dire che l'esperienza da blogger può esser sempre migliorata. Si tratta certamente di tecnica e di fortuna.
Per la fortuna sono già a posto, ritengo, a differenza del niccolò italico, di averne e che il mio ego si sta già soddisfacendo. Per la tecnica, invece, ci sto lavorando.
Nessuno, certo, nasce con la tecnica, ma di certo si nasce con uno o più talenti. Sprecarli, nascondendoli non serve a molto, almeno tentare di farne un qualche uso, magari buono, potrebbe tornare utile.

domenica 17 giugno 2012

sonnooooooooo

sarà che mi sta a cuore un particolare verdetto, sarà che ho vari pensieri per la testa e l'esser tornata a casa, spezzando in due la giornata lavorativa, me l'ha resa ancora più pesante, sarà pure che le contrarietà sono talmente all'ordine del giorno che non riesco a vedere dove si trova la normalità, ma io, a dirla tutta, ho sonno.
Si.
Capisco che parlarne in un blog, dove neanche io ne ho ben inteso l'uso, non è proprio ottimo, ma confidando nel fatto che i miei lettori tendono a non palesarsi con commenti, questa volta propongo loro un elogio schietto del sonno e dei suoi simili.
Prima di ogni riposo o desiderio di esso, esistono (nell'attualità) i cuscini. Che belli! Che morbidi! Di solito sono anche teneri e assumono forme così candide quando siamo stanchi, che ci basterebbe poterne sfiorare la superficie per poterci già proiettare verso il relax.
Chiaramente io, oggi, sono in fase palpebra calante, per cui cerco di evitare di guardarli perchè altrimenti non torno a lavoro.
E vogliamo parlare delle poltrone? di quelle morbide linee accoglienti che, quando ci tuffiamo con stanchezza, ci accolgono senza dir nulla, anzi aspettandoci sempre a braccia aperte? Avete mai notato come una poltrona, quando più è sfondata dalle nostre forme, più essa sembra attirarci e non mollarci più? In camera mia ho una poltrona letto meravigliosa. Sta lì, buona, sommersa da borse e panni, rivestita di un'imbarazzante lenzuolo celeste a pois (non piccoli) bianchi e attende. Si attende. Appena ci sei sopra, lei ti coccola e non riesci più ad alzarti..sei comoda dove sei e alzarsi comporta fatica, perché affaticarsi?
Un discorso a parte lo farei per le sedie, povere. Spesso sono essenziali, danno giusto l'impressione di farti stare comoda, ma poiché solitamente ci si siede solo per scrivere al pc e troppe poche volte per rilassarci, subiscono.
A casa mia ci sono tante sedie, ma tendenzialmente tutte scomode. Non ho mai capito perché, dopo tanti anni di consapevolezza, non si riesca a comprare una sedia "comoda". Eppure l'Ikea ce l'abbiamo abbastanza vicina...
Così pensandoci bene, il motivo è presto detto. A casa mia l'idea è che le sedie devono invogliarti a stare in piedi. E le poltrone per accoglierti. E il divano? per non alzarti più ma stenderti sopra a mo' di fetta di prosciutto nel panino.
La mia palpebra calante continua a calare, ma il tempo sta stringendo e devo tornare a lavoro, sigh.
Si, sigh.
Continuerò un altro giorno in questo elogio....

martedì 12 giugno 2012

stop.

la vita, spesso, somiglia ad una vecchia macchina fotocopiatrice. Si incaglia sul tasto verde e continua a riprodurre delle situazioni, magari anche delle persone, così, all'infinito. Certo, a volte, si può consumare il toner o ci possono esser problemi con il gruppo centrale, ma di fatto quel tasto verde resta, inspiegabilmente, accesso.
Non so spiegare il perché, so che c'è. Capisco, è poco. In una postmodernità come la nostra, in cui tutto ha più o meno una spiegazione, per quanto strampalata possa essere, sapere che, per l'esistenza di questo tasto, non vi sia spiegazione se non la sua stessa esistenza può esser disarmante. Ma tant'è.
Il mio tasto acceso ha prodotto per anni fotocopie sbiadite di cose a cui tenevo. Ho chiesto spesso, nelle mie preghiere, di avere la possibilità di scegliere. Ma non ho saputo cogliere tale momento. Così, accorgendomene, ho chiesto di poter vedere quel momento. Il momento della scelta, per poter deliberatamente e coscientemente decidere se continuare a tenere acceso quel tasto o preferirgli quello giallino o rosso (a seconda del modello) di stop.
Sono brava ad analizzarmi, anche a studiarmi, avrei dovuto capire in diverse situazioni che si trattava di momenti topici, invece mi sono bendata gli occhi. Li ho strappati via, alcune volte, perché il dolore non lo volevo accettare e ho preferito restare con gli occhi chiusi [federigo tozzi, cit.].
Ma le cose, che non cambiano, fanno cambiare. Le situazioni che si sono sbiadite sono diventate insufficienti per una vita piuttosto piena e pregna di meraviglie o semplicemente di una vita che osserva la meraviglia che le è intorno. La necessità di vedere in positivo ciò che accade è troppa, con essa anche la voglia di schiacciare quel maledetto pulsante.
Ho fatto quello che mi si chiedeva. L'ho fatto con quella piena consapevolezza della umanità, che mi riconosco. E quando si è creata una certa situazione, probabile ma non necessariamente prevedibile, ho visto il momento. Ho spento la macchina. Ho pigiato il dito su quel pulsantino rosso. E mentre l'ho fatto mi è scesa una lacrima.
Ho preferito la mia dignità all'umanità, perchè volevo riconoscere all'umanità, che mi sta attorno, una maggiore dignità, la stessa che mi riconosco.
Per stasera la macchina è ferma. Domani riprenderà il suo lavoro, ma almeno avrà un soggetto diverso. 

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