domenica 30 dicembre 2012

pensieri

all'inizio c'erano un uomo e una donna. erano fatti l'una dell'altro e, in qualche modo, creati perchè fossero pure l'uno per l'altra.
poi si è complicato l'affare. si. troppe donne per un uomo e troppi uomini per una donna.
e così sono nati gli amanti.
per definizione, gli amanti sono coloro che si amano.
e allora perchè in clandestinità o perchè tradendo altri amori?
non giudico, attenzione, non sono nelle condizioni di farlo. e credo che nessuno sia in condizioni di poter esprimere un giudizio sull'argomento, perchè tutti ci si è trovati per un attimo invischiati in casini del genere.
di fatto mi sono sempre domandata il perchè.
ho amato in clandestinità spesso. a volte più per celare relazioni ai miei consanguinei, che non per celarle a terze persone coinvolte. potrei fare un elogio della clandestinità, se solo fossi in grado di restare fredda come lo sono le mie mani. invece il cuore riscalda sempre tutto e resto coinvolta come un salame nostrano nella sua rete appesa al soffitto, come un trofeo.
ho provato ad amare qualcuno che mi teneva in clandestinità. questa volta perchè vi erano persone coinvolte. ho tentato di dimenticare il sacro vincolo di un patto, che si stringe quando ci si bacia. e ho pensato, egoisticamente, a quello che potevo averne io.
e l'amante spesso non ama. ama solo il poter aver qualcosa che non le appartiene, come una gazza ladra che poi non sa cosa farsene degli specchietti che ruba. e l'amante deve dimenticare pure subito quello che ha nel suo letto e sulla sua pelle. ed è la parte peggiore.
come si dimentica l'acqua che ti disseta? come si dimentica quell'alba o quel tramonto, sempre uguali, ma sempre diversi?
e così io, io non sono fatta per dimenticare che le persone non riescono ad esser multitasking per amare, che le forme possono essere diverse, ma che fondamentalmente è un gioco pericoloso che si confonde con l'egoismo profondo del consumare un puro senso fisico o morale non appagato altrove e di cui in qualche modo ci si costruisce un'immagine comoda, per non affrontare la realtà.
del resto l'amante non accampa mai diritti e per questo gode del senso di colpa altrui, qualora sia fortunata nella scelta dell'oggetto da rubare a qualcun'altro. ma il gioco è sempre breve.
ho visto amanti e storie parallele durare più di vent'anni, con una complicità che solo il sole più narrare. ed ho visto serie di storie nate tutte per soddisfare un bisogno momentaneo di alternativa alla vita che si sta vivendo, mortificando i patti stretti e ottenendo un godere artefatto di una masturbazione celebrale per un video scadente.
all'inizio c'erano un uomo e una donna. forse ci sono ancora, da qualche parte.

sabato 29 dicembre 2012

pensieri random e tecnologie

Giovedì ho fatto la pazzia. Ho acquistato il Samsung Galaxy Note 2, per gli amici GTN7100, grey.
Pur essendo partita con il bianco samsung, a casa c'è stata una decisione maggioritaria per il grigio "fa più fine" "si nota meno".
Ora il "fa più fine" posso comprenderlo, effettivamente il grigio sembra quasi un gessato serigrafato, per cui, ci posso anche stare e declinare il nuovo criaturo di casa mia nella sua colorazione grigia. Ma il "si nota meno", no.
Parliamoci chiaro, è un mezzo tablet, quasi non ci sta nella pochette che userò a capodanno e tu, amorevole familiare, mi dici "si nota meno"? ora...capisco che il nero sfini e il grigio faccia figo, ma che addirittura renda un panphlet meno visibile... beh..ho dei dubbi..
Di fatto il grigio ha battuto il bianco sul filo di lana e ho virato per il grey samsung.
Impressioni? STRABILIANTE.
Si. Sono ancora in fase di studio e quindi non l'ho ancora messo totalmente sotto pressione, ma quello che ho visto mi piace. Nei prossimi giorni magari riuscirò anche a testarlo meglio e, in caso di esaltazione totale, scriverò qualcosa.
Per quanto riguarda i pensieri random, invece quelli ne ho molti. Chiaramente siamo in fase chiusura dell'anno. E' proprio ora che si fanno i resoconti e i buoni propositi. Ma stavolta di resoconti ne ho piene le scatole e di buoni propositi li lascio a chi è più bravo di me a portarli a termine.
In compenso qualche pensiero seminuovo ce l'ho. E se passassi ad un blog un po' più sistemato e curato? bah.. ci penserò..

lunedì 24 dicembre 2012

vorrei un regalo

così la notte dei desideri, che per me è solo il 10 di agosto, si trasferisce idealmente a stanotte. vorrei, dopo tanti anni, conoscere una persona diversa.
ma forse sarebbe giusto desiderare per me una vita diversa. magari è quello il mio problema. non certo il conoscere in serie uomini e no (cit.) sposati, fidanzati, in procinto di costruirsi una famiglia e così via. la storia di giovanni che, guardando marina massironi, dice domani mi sposo ma non è una cosa seria. sembra aver fatto breccia su molti. anzi su quelli che incontro. così, per un attimo, si, vorrei avere una pace interiore. se proprio, caro babbo natale non puoi portarmi nessuno da presentarmi, libero e che per giunta stia aspettando me, almeno portami un po' di serenità, di pace interiore. una cosa però definitiva. non fare accendere e spegnere nella speranza ogni volta che mi par di lontano vedere una luce qualsiasi. abbi per me un certo riguardo, del resto, mio caro babbo, te ne ho dato in tempi passati. ora ti chiedo solo questo. un po' di pace duratura, un po' di equilibrio che mi permetta di stare serena come le montagne al passaggio di qualsiasi vento o burrasca, come un giunco che si piega ma riesce a tornare sempre dritto e sempre più alto guardando le stelle.
in cambio potrei darti tutti gli squilibri del mio animo e le passioni vissute come se fossero le ultime, non perchè siano le ultime che abbia a provare, ma perchè esse, nel loro essere acerbe e non consapevoli, contengono la luce più vera di me stessa e con essa il fuoco che mi pervade.

auguri di buon natale

Dopo un anno di stop dal lavoro principale e l'esser tornata a fare il legale che collabora per qualcuno e qualcosa, queste feste di natale sono un toccasana. Una sorta di balsamo da spalmare su di una testa schiacciata dai pensieri e su di un corpo che ha fatto spiderman e wonderwoman tutto insieme ed in soli quattro mesi.
Eppure ci dovrei essere abituata, oramai è dal 2008 che si maledice la Torre A del centro direzionale, ed è ancora lì. Mi chiedo come sia possibile. Tutte le calamità possibili e immaginabili e quella maledetta vela è ancora in piedi. Orde di civilisti impazziti il martedì e il giovedì muovono a forza di "aculofan" (cit.) l'intera struttura. Non mi venite a chiedere perchè un grattacielo del genere consumi poco sulla bolletta energetica... ma gli avvocati tendono a far funzionare tutto con una sorta di mantra di maledizioni.
Riusciamo ad adattarci alla soppressione, per manutenzione da 6 mesi, di ben 4 ascensori su 8 di quelle visibili in Torre A. Riusciamo a utilizzare tutti i mezzi possibili, compresi quelli dettati dalla disperazione di aver preso l'ora di punta in pieno viso e essere tramutati in pinguini per arrivare su.. sempre più su...perchè le aule di udienza sono in alto nei cieli.
Forse è per questo che sono così, un po' folle. Ma poi ci penso su. Sono folle e basta. Mi piace ridere, mi piace vedere il grottesco che è attorno a me, perché il grottesco è in me. Non riesco a fare a meno di vedere delle somiglianze con i nostri parenti animali, tutte le volte che incontro qualcuno. E non riesco a smettere di pensare che anche io sia un animaletto non ben definito, a volte gatto, a volte cane.
Quando gatto, direi qualcosa preferibilmente con pelo lucido e giusto una qualche macchietta sulle zampe atetliche, a segnare il segno di calzini immaginari (poiché ho sempre freddo alle estremità). Quando cane, forse sono simile ad un volpino, morbido, morbido, ma scassambrella che di più non si può, preferibilmente addrestato a mordere i polpacci fino a quando la vittima non esala l'ultimo respiro. E riesco anche a schivare chi tenta di cacciarmi via.
Ora ferma la mia ambiguità tra gatto e cane e il mio virare verso una più nobile pantera, che non schifa il pesce ma magna tanta carne, come me, direi che anche quest'anno sono sopravvissuta e sopravvivente a malelingue, bestemmie, cacambrelli, rotture miste ed assortite di lavoro e familiari, ma soprattutto al mal di vivere.
Si, perché il peggior male è quello che si manifesta la sera, quando i tuoi amici sono tutti sparsi per l'Italia e magari anche fuori, e tu sei praticamente in balia soltanto di un pc. Quando ti accorgi che sei rimasta sola, dopo aver seminato te stessa qua e là. Quando non riesci a resistere alla tentazione di lasciarti andare, magari in un vasca piena d'acqua calda. Quando hai gli occhi talmente pieni di lacrime, che non vedi più nulla.
Ma devi continuare. Non è richiesto da nessuna parte che ti possa lasciare andare e, così, riprendi le tue attività con dentro gli occhi quelle lacrime. Poi ti si riaccende una speranza. Una telefonata improvvisa. Scopri che per qualcuno sei stata addirittura un punto di riferimento e che, in qualche modo, ti porta nel cuore. E qualche giorno più tardi, qualcun'altra ti augura di rimanere sempre un'esplosione di forza, ironia e gioia, perchè senza il mondo sarebbe pessimo e grigio, e lo senti che non è piaceria, che non è un dir vuoto.
Allora ti alzi la mattina e scopri che è già la vigilia di Natale. E non resta che farsi gli auguri. Anche a sé, perché io non ho mica trovato un modo migliore di essere me stessa, se non quello in cui io stessa vivo, perché, in fondo, a suo modo "ognuno è il Top nella sua categoria"! (cit.)
Auguri a tutti.

venerdì 21 dicembre 2012

parole come boomerang e bombe carta di pensieri

prima che termini il calendario Maya, prima che i pianeti si allineino per mostrare al sitema solare come ognuno possa essere l'oggetto scomodo che toglie luce all'altro, ho bisogno di raccontare qualcosa.
Un giorno don Abbondio comminava bel bello(cit.).. e poi la codardia lo prese.
Tutti i giorni io cammino, e non sempre bel bella, incontrando cazzari, vittime del tempus fugit senza concludere nulla, bambolotti gonfiati ad aria pompata dalla pronuncia di qualche altisonante espressione linguistica ed infine talpe specchiate che rasentano il buio dell'anima.
Non sono tutti così, capiamoci. Non si può fare di tutta l'erba un fascio, perché poi si rischia di non realizzare correttamente la minestra 'mmaritata.
Ma di fatto, l'erba è pur sempre erba e ce ne sono di varietà, finanche nel colore.
Come sentii una volta in un film, in fondo, è colpa dei nostri occhi o, aggiungerei, del nostro animo così predisposto, se vediamo sempre la stessa cosa.
In fondo è vero. Le persone sono tutte un po' simili e un po' dissimili. Ma tutti, in modo più o meno plateale, hanno paura di me. Già.
Pare che io sia affetta da una malattia gravissima, senza cura e terminale, in un certo senso. Soffro di bravaragazzitudine.
Il mio stadio è piuttosto incurabile. Come è stato suggerito da una cara persona, sono destinata al confino del Paradiso delle pseudo-vergini, consumate dall'incapacità di trovare una evoluzione naturale verso la cazzimma.
Come willy il coyote, continuo a cercare soluzioni, le più disparate, dal nascondere la malattia, al mostrarla fiera, dal negare di essere piuttosto poliedrica e impegnativa al confermare il mio esser un buffone di corte.
Ma il risultato sta diventando increscioso da un po' di anni a sta parte. Più o meno da quando ho fatto pace con la malattia e ho deciso di non pensarci più. Caspita...che evoluzione... na band' e stru.. no, ops, scusate sono su di un blog privato/pubblico... ecco diciamo piuttosto, per parafrasarmi, che, pur stando ferma in un perenne ooooooommmmmm recitativo e tranquillizzante della mia aggressività, riflesso degli incontri che mi capitano, non riesco a non fare a meno di trovare gente strana.
Così un po' di giorni fà, presa da uno sconforto pre-ciclo, ho deciso di chiudermi quel po' di tempo necessario a curarmi.
E nel farlo mi sono allontanata anche da quelle due o tre persone che adoro più di me. E non perchè sono adorata, a loro modo chiaramente, da loro, ma perchè proprio nutro nei loro riguardi un sincero affetto.
E così le parole dette, perché arrabbiata contro la mia malattia, che mi causano incontri discutibili come una tesi di dottorato sull'esistenza di un dio del world web wide, mi sono tornate indietro, portatrici di danni devastanti.
Così chiedo scusa, anche se non riesco assolutamente a capire alcune cose e non riesco ad adattarmi al fatto che mi sento come l'uva dopo che è stata rifiutata da una volpe di passaggio.
Perchè diciamoci la verità, anche l'uva ha un trauma quando è rifiutata per il solo fatto che si trova più in alto e ci vuole uno sforzo per arrivarci.

fughe e telefoni



Nel giro di poche ore si riuscì ad organizzare una fuga. Nulla di previsto, ma qualcuno avrebbe osato pensare piuttosto che si trattava di qualcosa di ardentemente desiderato.
La borsa color testa di moro, riempita del minimo indispensabile, si appoggiava, complice, sull’avambraccio di lei, che osservava il tabellone dei treni in partenza.
In anticipo, ma non troppo.
La giornata era appena iniziata, il sole già era decisamente caldo e gli occhiali da sole, distrattamente, adagiati sul naso di lei, proteggevano gli occhi da sguardi troppo indagatori.
La camicia bianca avvitata disegnava forme desiderabili, ma non troppo evidenti.
Pochi minuti dopo era sul treno. Una telefonata breve si sincerava della sua partenza.
Il treno aveva raggiunto la velocità massima e, con esso, pure il suo cuore. Tirò un respiro lungo, aprì la posta elettronica e si disse che non doveva andare a sostenere alcun esame, ciò bastò per rilassarla e per farle venire in mente molteplici fantasie, una più piccante dell’altra.
Un’oretta più tardi era in un’altra stazione. Lui l’aspettava. Un caffè e un paio di battute prima di entrare in auto.
Gli occhi diventavano sempre più calmi, le labbra più vogliose e le mani più insofferenti alle regole. 
Una volta entrata in auto, lei non poté fare a meno di notare che lui era molto carino in quegli abiti informali e modaioli. Pensava quegli occhiali scuri lo fanno sembrare decisamente sexy...
Lui, mentre guidava, notava lo smalto rosso portato da lei con disinvoltura e il gloss lucido lo distraeva come se fosse stato attratto da una calamita.
Non ci volle molto per raggiungere il luogo prefissato.
Fermata la macchina, lui scese rapidamente fuori e prima che lei scendesse, lui era già ad un millimetro bocca su bocca, mani nelle mani.
Non c’era molto da dirsi in realtà la passione stava finalmente liberandosi del fardello delle convenzioni e delle regole quotidiane.
Un bacio lungo, appassionato, di quelli che ti fanno perdere la cognizione spazio temporale, improvviso e bramato.

Appena il tempo di fermarsi e scambiarsi dei piccolissimi baci, sfregarsi i nasi l’uno contro l’altro, come tenerissimi eschimesi, lui la prese in braccio come se fosse un sacco, chiuse l’auto e, caricata come una sorta di Vello d’oro, si diresse verso casa.
Una piccolissima casetta di pietre bruciate dal sole di mezzogiorno, in tinta con la sabbia, che un po’ovunque la faceva da padrone. Piante verdissime e coloratissime spezzavano la monotonia del bronzo, dorato e dei bagliori di argento, che provenivano dai colori predominanti.
Lei, appesa sulla spalla di lui, rideva di gusto, pensando che se si fosse agitata, sarebbero rovinati a terra. Il percorso da fare, per fortuna della allegra malcapitata, era breve, lui aprì la porta d’ingresso e adagiò la donna direttamente su di un divano morbidissimo, che si trovava di fronte ad una veranda sul mare, richiudendo la porta con un calcio.
I baci erano sempre più caldi, sempre più lunghi, sempre più indagatori, le mani si intrecciavano e si scioglievano per scoprire corpi desiderosi.
Nessun telefono, nessuna televisione, solo una piccola radio vecchia sintonizzata, da sempre, sull’unica frequenza che riusciva a trasmettere.
Intanto la passione non riusciva ad esser sedata, sembrava piuttosto che si stava scaldando i motori. La luce del primo pomeriggio avvolgeva tutto, il mare di un azzurro intenso, sembrava, ora, assumere delle venature verdi e dorate. I due amanti ridevano di gusto per il loro comportamento, si divertivano imitandosi l’un l’altro per cose fatte o dette nei giorni precedenti. Nudi, abbracciati, guardavano verso il mare e si lasciavano cullare dal senso di calma che li avvolgeva.
Ad un tratto lei si girò, guardandolo negli occhi, gli sussurrò di prendere un lenzuolo. Lui scrollò lentamente la testa un po’ annoiato da tale richiesta e, con fare sensuale, le sussurrò “non c’è nessuno in casa oltre me..e pure se ci fosse non si offenderebbe mica..”schioccandole un bacio a stampo sulla fronte.
Lo sguardo di lei era tutto un programma, ma rise ugualmente senza muoversi di un millimetro dalla posizione che aveva assunto, poi, con calma e con movimenti lenti, iniziò a sgranchirsi come un gatto appena sveglio.
La fece fare, guardandola come se null’altro esistesse. Per la prima volta notò che la luce, che lei aveva negli occhi scuri, le apparteneva in modo connaturale, come se non ci fosse un centimetro di pelle che non rilucesse. La sua schiena era una porzione di luna, sembrava argentea in quella posizione un po’ ricurva su se stessa appoggiata da un lato sullo schienale del divano; gli effetti della luce calda che entravano sembravano perdersi in lei, che li assorbiva e li rifletteva in modo diverso.
Con lo sguardo verso il mare, lei pensò di doversi almeno infilare la camicia, che aveva tolto a lui in fretta e furia prima, per andare a recuperare la borsa, mentre lo pensava già furtivamente prendeva la sua camicia azzurra e, guardandolo maliziosamente, la infilò, mise i sandali e scivolava, osservata a vista, verso la porta.
Arrivata alla maniglia, lui “non la puoi aprire...ti servono le chiavi...”  e lei “scusa ma se gli hai dato solo un calcio?” “ma è difettosa, eheh...perchè vuoi uscire? Su..che ti serve?” “magari un costume così mi faccio un paio di bracciate” con fare un po’ scanzonato “mbè non puoi nuotare nuda?” lei sollevò gli occhi al cielo, scosse la testa, allargò le braccia e, come nulla l’avesse turbata, si diresse verso la veranda. La aprì e si sfilò i sandali appena prima di affondare i piedi nella sabbia. Senza voltarsi iniziò ad aprirsi la camicia, che il vento già spostava quasi ancor più maliziosamente.
Lui non le staccava gli occhi da dosso, lei, sapendolo, si portò lontano dalla sua vista e sgattaiolò verso il mare. Sulla spiaggia non c’era anima viva. Si tolse la camicia e si infilò in modo furtivo in acqua.

Il problema, dopo un po’, era riuscire a infilarsi la camicia senza destare troppi sguardi, un giro rapido a trecentosessanta gradi, “ok non c’è nessuno, o ora o mai più” corse verso la camicia e la infilò dando le spalle alla casa e alla veranda. La camicia, bagnandosi, le aderì in modo da sottolineare il suo corpo e non lasciare nulla all’immaginazione, lui era affacciato alla veranda e la guardava, aveva recuperato un lenzuolo e se l’era messo a mo’ di pareo. Il vento, stranamente, si era placato e il fatto che fossero soltanto le 4 del pomeriggio iniziava a farsi sentire, il calore sembrava provenire anche dal mare.
Come se lui non ci fosse o, forse ancora di più, perché aveva visto che era lì a guardarla, salì lo scalino per entrare nella veranda e gli passò accanto. Entrata, vide le chiavi della porta, le prese e aprì la porta, diretta verso la macchina, aprì lo sportello posteriore per prendere la borsa e si diresse nuovamente verso la casa.
Lui, intanto, le aveva preso una asciugamani. Restò fermo in veranda pensava a qualcosa, forse a riempire il frigo di almeno qualcosa da bere, forse al fatto che c’era tanto di quel tempo.
Lei si mise comoda, poi chiese dove era il bagno per farsi una doccia veloce.

La sera erano in giro per il paesino, avevano cenato in un piccolo ristorantino caratteristico e bevuto un bel rosso leggero. Quella notte rimasero in giro per tantissimo tempo, tornarono alla casetta che oramai erano le tre, con lei che un po’ rideva e un po’ iniziava ad esser molesta perché, come una bimba, voleva dormire. E ci andarono poco più tardi.
Un letto grande, dalle lenzuola bianchissime e profumate, in una stanza dove entrava solo la luce dello spicchio di luna e delle stelle che trapuntavano il cielo. Lei si addormentò subito, mentre lui continuava a fissarla per poi farsi vincere dal sonno.
Un paio di ore bastarono a lei per rifocillarsi e svegliarsi per guardarlo. Steso da un lato con le sue labbra un po’ aperte che ispiravano baci, con il suo corpo modellato dalla luce della notte. Decise che non poteva non approfittarne e iniziò a baciarlo, prima, in modo leggero e, poi, sempre più passionale fino a svegliarlo completamente e destargli tutti i desideri sopiti.
Il sole li svegliò abbracciati, la lentezza di quelle ventiquattro ore doveva lasciare il posto alla frenesia della routine, l’incanto doveva riporsi nella solita scatolina, come un ballerina di un carillon.
Gli occhi di lei avevano una piccolissima venatura di malinconia e lui faceva finta di non notarla, prese delle foto fatte alla macchinetta del paese, quelle per farne le fototessere, e gliele mise in borsa, mentre lei era in bagno a sistemarsi.
La vecchia radio trasmetteva una canzone molto dolce e un po’ vecchiotta (adesso è facile). Stavano per chiudere la casa, per dirigersi verso la macchina, l’ultima cosa da fare era togliere la luce, mentre la canzone continuava a diffondersi come un piccolo vento caldo. Lei, sulla soglia della porta, lo abbracciò e gli sussurrò nell’orecchio “grazie” e prima che potesse replicare gli poggiò gentilmente un dito sulle labbra perché non potesse rispondere nulla.

Il treno andava veloce, forse meno dell’andata, forse di più.
Il telefono prese a squillare impazzito e arrabbiato, per il silenzio imposto dal giorno precedente, mentre il cavaliere tornava verso il suo castello e verso i suoi affari con il suo cavallo d’acciaio. La pensava, la vedeva seduta sul treno mentre si dava da fare con le e-mail arretrate, e la sognava; eppure non la aveva accompagnata fino dentro lo scompartimento, come un fidanzato qualunque avrebbe fatto per guadagnarsi un altro bacio o per strapparle un’altra promessa.
Le dita di lei gli erano rimaste sulle labbra, come i suoi baci erano rimasti su tutto il suo corpo, il suo profumo era persino in quella macchina in cui, a stento, era rimasta mezz’ora. La camicia azzurra asciutta e piena di sale dove si era appoggiata sul corpo di lei, in quel momento, gli sembrava un dono rubato.
Quella sera non accese il computer, prese un foglio ed iniziò a progettare dei giochi di luce e di colore. Ogni volta che poggiava la matita sul foglio non poteva far a meno di pensare al suo collo, ai suoi fianchi, ai suoi seni, eppure fili d’oro e platino prendevano forma. Non riusciva neanche più a vedere cosa stava disegnando, così si rivolse allo spicchio di luna in cielo e si accorse che lei si chiama proprio come quel satellite. Si sentì come avvolto in un abbraccio.

pioggia e camere (muse 3.5)



Quel giorno aveva il sapore della pioggia, che profuma l'aria cupa di un'intera grande metropoli.
Camminando, munita del solito malconcio ombrello, osservava freneticamente l'orologio, senza mai riuscire a leggere l'ora. Eppure non era tensione la sua. Piuttosto si trattava di chiara consapevolezza di commettere qualcosa, che non la faceva sentire al suo posto.
Anni fa aveva già avuto storie parallele, quasi mondi paralleli, che avevano il garbo di non incrociarsi mai per non generare conflitti cosmici, eppure, questa volta era diverso.
Non seguiva mode, perciò trovava difficile pensare di aver nuovamente aperto una botola alternativa. Lei non era catalogabile in nessuna definizione concreta, come se poi le definizioni fossero concrete. Già, al massimo, esse danno solo il perimetro che delimita qualcosa e, per questo, erano limitanti.
L'unica che le piaceva, le era stata attribuita da una vecchia collega di studi, nell'osservare una sua foto in plaza de españa a barcellona. Casual-chic. Alternativamente chic, quindi.
In fondo questa descrizione, in qualche modo, era la più coerente.
Intanto era arrivata, i pensieri l'avevano comunque tenuta compagnia. Chiuse l'ombrello salutò l'usciere e si avviò sicura verso l'ascensore, che era fermo al piano.
Primo piano, una porta pesante da aprire, un corridoio abbastanza lungo da percorrere, le chiavi della stanza in mano e il cellulare che decide di urlare.
Risponde, mentre apre la porta, e si accomoda dentro, cercando di sfilarsi il giubbino, sciarpa, cappello e guanti. A telefonata conclusa, si guarda attorno e accende il riscaldamento.
Poco prima che il suo orario potesse finire, entra un ragazzo.
Simpatico, esuberante quanto basta per capire che si tratta di uno, che si metterà nei guai se non scappa prima. Si salutano cordiali, ma l'atmosfera da cordiale vira verso uno strano profumo di complicità.
Le chiede se ha tempo da dedicargli, mostrandogli un paio di chiavi di un'auto. Lei accenna un si.
Passare il pomeriggio intero, mentre fuori piove a dirotto, in una stanza calda ed accogliente non era mica un cattivo pensiero. Se poi ci si aggiunge un pranzo fatto di un bel primo e di un vino rosso profumato e caldo, la stanza in questione assumeva quasi le sembianze di un posto meraviglioso.
I vestiti erano volati, appena entrati, i baci avevano mangiato respiri e spazi, le mani indagavano ovunque con fare sensibile e malizioso. Le lingue provocavano intensi sospiri e le labbra, che, assieme ai denti, sfioravano piano il collo e l'orecchio di turno, provocavano insieme risate e maggiori sensazioni di eccitazione.
La testa di lei era volutamente scollegata, sapeva che quei gesti non significano molto per l'altra persona, e aveva deciso di assumersene la responsabilità.
La testa di lui era volutamente collegata, sapeva che quei gesti avrebbe potuti compierli con chiunque, senza avere la sensazione che stava provando in quel momento. La sensazione di chi sa di violare qualcosa, magari anche solo presente per convenzione nella testa. La testa di lui era, perciò, sovraeccitata. Forse neanche più ricordava che stava facendo l'amore con una donna, semplicemente con una donna. 

Quando terminò il maggior amplesso, per un attimo le labbra di lui si stavano schiudendo per dire qualcosa, ma lei lo guardò e gli sussurrò che non c'era nulla da dire o, almeno, nulla che non avrebbe avuto modo di incrinare una giornata che sembrava vissuta come in un mondo parallelo. 

L'intensità stava facendosi pesante e lei decise di rivestirsi, prese il telefono e si accorse di un po' di telefonate, liberò il ragazzino dalla sua personalità piuttosto complessa e, con un sorriso rivolto ad un letto sfatto, guadagnò l'uscita mentre lui era entrato in bagno. 
Quando uscì dalla doccia, la chiamò. Pronunciò il suo nome, convinto che lei fosse andata solo girando per la casa, invece nessuna risposta. 
Si vestì per cercarla fuori, ma si rese conto di sentirsi liberato della responsabilità di una relazione che non avrebbe mai potuto gestire, e si accorse che era stato diverso da tutto quello che aveva fino a quel momento provato. 
L'indomani, forse, l'avrebbe incontrata o forse l'avrebbe incrociata di nuovo in quei corridoi lunghi e avrebbe avuto la certezza di non essersi tolto nessuno sfizio e che non aveva alcun potere su di una come lei e lasciò stare qualsiasi altro pensiero fuori di quella stanza.

martedì 18 dicembre 2012

Chiusure



La pena, che ognuno di noi porta nel proprio cuore, pesa con una specificità che è sua caratteristica e che ci rende più o meno ombrosi in giorni anche illuminati da un bel sole.
Qualcuno cantava che "si era spento il sole dentro me" o che "non c'è sole per un uaglione", ma di fatto, che siano pene d'amor gentile o d'amor scortese e beffardo, un velo di un'ombra ingombrante si frappone tra i nostri occhi e il mondo, in alcuni giorni.
Sono comoda in un tram, stranamente vuoto, cercando di raggiungere il prof. Da giorni il mio animo si è fatto pesante, gli equilibrismi di castelli di carta, sviluppati contro ogni gravitazione e tenuti in piedi su di un filo sottilissimo senza rete di protezione, sono più deboli e sottoposti ai venti freddi del sentirsi più soli del solito.
Respiro. Ma non riesco a farmi bastare l'aria che metto nei polmoni.
Sbatto le palpebre lentamente. Ma non trovo quel ristoro che mi aspetterei dal fare anche le cose più naturali in modo lento. 
Sto cercando di decidere cosa sia meglio per me, ma quello che scopro è una semplice verità. Bisogna chiudere alcune parti di noi in una scatola e lasciarle lontane da tutti. 
Continuo a sbagliare, invece. Continuo a chiedere un aiuto alle persone che conosco, perché le investo di una fiducia, che forse non meritano. Sono esseri meravigliosi, ma non sono in grado di ascoltarmi. E forse hanno ragione. Dico sempre la stessa cosa. Forse perchè sono in un loop a me poco gradito e, perciò, chiedo, chiedo, disperatamente a volte, a chi credo ci sia passato e forse ha trovato una soluzione, di illuminarmi, di farmi capire in cosa sbaglio, di farmi capire cosa è che non funziona. 
Invece nulla. 
Il mondo è duro. Non vuole sapere nulla di quello che sei, di quello che provi, di quello che ti fa stare male. Ha bisogno di credere in una immagine vincente, in un volto sorridente e aperto, che sia una maschera o sia il tuo volto vero non gli interessa. E le tue pene? devono restare in una scatola, lontane dall'accondiscenza a questo o a quel capo, a questo o a quel desiderio altrui. 
Non c'è spazio. E ho deciso di adattarmi. Non aprirò più quel pugno di sentimenti che la notte mi tormenta o che mi fa sentire una bestia quando qualcuno mi sfiora in modo sbagliato o che mi fa sentire come isolata da tutti. 

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