lunedì 29 aprile 2013

4000 o su per giù

Sono i tweet tuittati in quest'ultimo periodo. C'è chi festeggia il numero dei followers, qualcun'altro quello dei following, io mi accingo a festeggiare il numero di cinguettate.
Sono chiacchierona, se non si fosse notato dal numero di post che lancio. E mi piace parlare.
Spesso ho motivo di tacere o di riempire vuoti per distrarre, più gli altri che me stessa, da un certo problema o da un pensiero, ma tutto sommato mi piace proprio aver la possibilità di parlare.
E le parole sono porte. Ogni volta che ti soffermi ad ascoltarne il suono, ad indagare cosa esse significano, ti aprono mondi, pensieri, possibilità.
Ogni parola è deserto e ogni deserto è, a sua volta, un cammino e una ragione. Già.
E se le parole da mettere in fila devono entrare tutte in 140 caratteri? Bisogna avere il dono della sintesi.
E se le parole sono tante, e le domande ancora di più, e le risposte ancora più complesse? Bisogna conoscere bene il peso di ogni termine e dosarsi. Qua e là si decide di mandare qualche messaggio privato, ma la regola ferrea e, allo stesso tempo, aurea deve valere comunque. 140 inflessibili caratteri.
Oggi festeggio i miei 4000 tweet. O su per giù.
Perché io riesco a tenere il conto fino ad un secondo prima di un traguardo, poi perdo di vista l'obiettivo e cinguetto felice a destra e a manca con i vicini di ramo o di albero. E non mi accorgo di aver superato il traguardo che mi ero posta.
In compenso, a volte, sono felice di non aver segnato il triplo zero con una frase memorabile. Perchè tanto di cavolate ne dico già troppe così :)

domenica 28 aprile 2013

strani fine settimana

Che ci siano giorni storti, questo è nella natura delle cose. Non si può certamente andare a piagnucolare a destra e a manca di qualcosa a cui si poteva mettere fine, prima che la valanga degli eventi accadesse come una caduta dei gravi.
Di fatto le cose partono storte da lontano.
A me, di solito, partono sempre nel momento della mia mancata lucidità. Certo, a chi partono in momenti di lucidità estrema? Non sto recriminando, infatti, sto piuttosto analizzando quanto mi accade.
La settimana scorsa è stata piuttosto intensa, di emozioni e di cose da fare; potremmo dire che è stata una intensa settimana di lavoro. Avrebbe dovuto concludersi con un venerdì tranquillo. Invece, come spiegato già, sono dovuta andare a Roma. Poi per un errore mio, marchiano, non sono passata allo studio, perchè ero stanca.
Ecco.
E' qui l'errore.
Ero stanca.
E no. Perché da quel "ero stanca per passare allo studio" "sono in piedi dalle 4,30" si è scatenato l'inferno. E per giunta non ho neanche udito uno gnègnègnè [cit.] a segnale.
Di fatto, ho procastinato l'andata per prendermi dei documenti. E ho riferito a casa delle mie possibili organizzazioni e.. e..
Eccolo è serpeggiato in un attimo il sentimento del "ti aiuto io", "so cosa è meglio per te"... e ho vomitato rabbia per due giorni per l'ammmore invadente, non ho dormito, sono andata allo studio di domenica mattina e ho concluso la giornata anche con due vaffa dalla e alla marmotta di famiglia.
Risultato finale: ho le idee ancora più confuse su quale sia la soluzione ottimale per me. Per cui l'unica cosa da fare è chiudere ogni interferenza decidere le priorità e stabilire il silenzio nella mente e al di fuori. Poi le azioni seguiranno il corso migliore, come l'acqua.

sabato 27 aprile 2013

ritorno al blog

Dopo una lunga assenza da casa, nessun applauso a scena aperta, ma solo un lungo abbraccio.
è il pensiero che mi viene in mente adesso che mi rendo conto di aver trascurato questa "casa"che poi è un luogo virtuale, dove conservo un po' di parole, che, altrimenti, avrebbero occupato fogli di carta, qua e là, nella mia stanza.
Ogni tanto, quando decido di fare pulizia, mi accorgo della marea di racconti a me stessa o di lettere mai inviate scritte e poi lasciate in disparte nei cassetti. La mia naturale ritrosia a mostrare a tutti i miei pensieri, spesso ha creato più casini a me di qualcunque altro. Una sorta di versione masochistica del mio esser contorto. Eppure.
Eppure, quante volte ho sperato che qualcuno, in casa, raccogliesse un po' di quelle cose scritte e le leggesse.
Ci avrebbe trovata una me grottesca, più ironica e decisamente più arrabbiata di quanto non appaia normalmente. E ci avrebbe trovato anche una me più romantica o, semplicemente, più devastata dalla mancanza di qualcosa che mi completasse.
Quando si torna a casa da un viaggio, non c'è alcun pubblico che ti applaude, ma un silenzioso bentornato. A volte commovente, altre scontato. Ma se non ci fosse, sarebbe la prova che non si è tornati a casa, ma si è altrove, di nuovo, magari senza che ce ne siamo potuti accorgere, non ci siamo fermati a fare un pit stop dell'anima e siamo ripartiti. O, forse, non siamo mai andati via.

il primo giorno libero

dopo mesi di claustrofobica clausura per completare un progetto che dura, più o meno, dal 2008, ho deciso di riprendermi e portare il mio povero fisico al solito centro estetico.
Ieri ho vissuto ho una giornata al limite delle mie forze. Sveglia alle 4,30 per prendere un frecciarossa in direzione Roma, anzi Tribunale di Roma. Una -fottuta- notifica da fare direttamente dall'ufficio unep della capitale e un po' di adempimentistica tranquilla alla cassazione. Il punto non è svegliarsi una tantum alle 4,30, quanto piuttosto venire da mesi di pressione e di notti in bianco e pensieri che ti divorano l'anima e le idee; è quello che ha dato il colpo di grazia.
Così, intenzionata a riprendere in mano quel che resta dell'espressione fisica di me stessa, ieri sono andata dalle mie aguzzine preferite. Le uniche che mi tollerano, nonostante le faccia disperare.
E via, tra uno strappo e un altro, tra un "tutto sommato non stai così male" e un "ti ho visto in condizioni decisamente peggiori", la gran capa del centro mi fa "guarda che non capisco come sia possibile che tu abbia questi gonfiori ai lati del sedere" ecco, neanche io. Eppure sono tanti anni che li ho, i miei personalissimi airbag, che oramai mi ci sono affezionata.
Guardando e riguardando con fare, che potrei definire, tra il medico e il cacciatore di soldi, mi sentenzia "abbiamo un nuovo macchinario che misura perfettamente quanto adipe, quanta acqua stagnata e quanta massa muscolare hai e se c'è cellulite che tipo di cellulite e grado hai, ed è gratuito, perchè non provi?ci vuole solo mezz'ora!" Non ho ancora preso appuntamento, perchè alle mie odiatissime imperfezioni mi ci sono talmente affezionata che non riuscirei ad immaginarmi senza, ma di fatto non mi spiacerebbe poter osservare il totale. Mentre formulavo questo pensiero, la gran capa mi dice "non arrenderti mai a combattere queste imperfezioni, perchè il tuo fisico risponde alle tue cure" e va via, lasciandomi tra il perplesso e il rivestirmi dei miei pantaloni, messi su di uno sgabello a testa del lettino.
Non immaginavo di frequentare un centro di cura della mente e del benessere a tutto tondo, né tanto meno che ieri, dopo tutto il disastro passato, dovessi avere anche la mazzata finale dall'estetista, ma tant'è.
In fondo, però, ha ragione. E non per le imperfezioni da combattere. In fondo ha ragione che l'amore verso se stessi è profondamente curativo.
Chiaramente per "sgonfiare" i miei airbag, bisognerebbe prima capire di cosa essi siano composti (forse me la prenoto sta cosa di mezz'ora), per poter capire cosa farci, ma, dopo anni di mille attività, ho anche imparato ad accettarli, a renderli gradevoli, nonostante la loro per me non-piacevole presenza.
Un'amica di una vita mi odia per questo mio laisser faire rispetto a certi dettagli del mio fisico. Per lei, che ha scolpito il suo corpo a forza di ore ed ore di palestra, di pump, di pesi, di aerobica e mountain-bike e cinquantamila attività e lì dove si poteva anche dal chirurgo, è inconcepibile il mio "arrendermi" ad un'attività solo aerobica cardio circolatoria blanda con l'unico scopo di non esser rotta di fiato per i chilometri che faccio in tribunale.
Ma io sono così. Con un fisico a metà. Scolpito da un'incapacità di comprendermi fino in fondo, di amarmi fino in fondo, di curarmi fino in fondo. Con un fisico che non ne vuole sapere di mettersi in riga e una capoccia che ha deciso che è arrivato il momento di cambiare qualcosa. Ma di certo non i miei airbag, che possono stare dove stanno ancora per un po'... in fondo stanno lì da sempre, o da quando io ne ho memoria!!

domenica 14 aprile 2013

domenica sera

quante domeniche di sabbia e venti passate ad osservare le increspature del mare. quante altre le ho passato, invece, a sognare il mare, per andare via, da qui. anche solo per un attimo.
ma sono sempre su questa terra. penso di dover andar via, ma poi resto ancorata come una nave al porto mai varata. eppure non ho paura, mi ripeto osservando le onde, che placano l'animo in subbuglio.

#maledettorefuso

Io, le scuole elementari, le ho frequentate nella mia città, anzi per la precisione dalle suore. Il che non è incredibile, visto il risultato finale.
E', del resto, in quella tenera età che capisci come la tua vita verrà, in qualche modo, segnata. Tralascio i particolari, che non è il caso di sbandierare, visto che c'è poco da andar fieri, ma vista una telefonata del mio amico ed editore, si c'è da chiarire perché il kharma con me si è tolto un po' di sfizi.
Sono sempre stata una bambina tranquilla. Fomentavo rivoluzioni mai attuate in silenzio. Covavo, come un lupo [semicit.], pensieri che osservavano il mondo da un pezzo di mare tra l'azzurro e il verde. Non facevo parte dei nerd, non dei fighi e non dei pessimi. Insomma un'aura mediocritas di sopravvivenza felice. Cioè felice. Diciamo sopravvivevo, vah.
Ricordo perfettamente la prima della classe, prima in tutto, con i genitori particolarmente finanziatori della scuola in questione, genio compreso e avantissimo nei saggi di fine anno, corpo già scolpito a furia di attività, dove chiaramente la tipa eccelleva, mente superiore e talento da vendere come in una fiera di taleggio. Insomma la star.
Ricordo la mia suora. Forse la meno peggio dell'istituto, ma certamente con il limite di essere una suora. Eppure erano francescane, come poteva essere che la cattiveria le avesse divorate così tanto, bah! Domande a cui non troverò mai risposta, né mi impegnerò per risanarle.
Di fatto, ricordo un episodio specifico.
I lavoretti.
L'incubo dei lavoretti. Ne facevamo una quantità industriale. Dalle statuine di gesso al punto croce e al punto in fronte. Ogni anno almeno tre attività particolari che si concludevano con l'apoteosi del saggio di fine anno, più o meno a maggio, dove tutte ( e sottolineo tutte ) le classi dovevano partecipare.
Un anno a suor Teresa (il nome della mia suora) venne in testa, che, per la festa della mamma, avremmo dovuto dipingere con gli uniposca un vetro. Il disegno era una Madonnina in preghiera. Il disegno era davvero carino. Lo ricordo ancora. E forse la mia mamma da qualche parte ce l'ha pure ancora conservato.
La suora aveva uno schema chiarissimo nella testa, che si ripeteva ogni volta. Aiutava chi non riusciva a fare le linee dritte, facendolo lei, poi faceva colorare noi. Eravano 35 bambini.
Fin qui tutto bene.
Le linee erano complete. Il vesitito e il mantello erano colorati. Ricordo il rosso e il blu usati, il giallo per i capelli della mia Madonnina. Porto il mio lavoretto alla suora e lei, che stava valutando se colorare il volto e le mani, decise che non poteva "rovinare" quello della star e della sua combriccola, così, mi chiamò e dissè "cintia dammi il tuo lavoretto, ora provo a colorare le manine, vediamo se va bene!" Il risultato era osceno. Aveva rovinato la mia Madonnina, ottenendo, quello che potremmo chiamare scientificamente, la prova empirica per cui la Madonnina avrebbe dovuto non esser colorata, perché bastava il supporto, dove il vetro venica fissato.
Chi è cresciuto negli anni Ottanta/Novanta, sa che l'uniposca INDELEBILE, lo era sul serio, indelebile, e togliere un colore dal vetro significava un lavoro di alcool e taglierino. Ecco, quello che non fu fatto sul mio povero disegno.
Qualche giorno dopo, ognuno doveva riprendere il suo capolavoro. La suora, per evitare che potessero esserci scambi, si raccomandò di non fare il gioco delle tre carte e quando andai io a prendere il mio, che avevo già visto (era in disparte, come se avesse avuto la scabbia e portasse male) urlando, con tutta la classe presente e con tutto il fiato che aveva in corpo, "Cintia mi raccomando non scambiare il tuo disegno!!!"
Ora, io non ho mai fatto furti, non ho mai scambiato i miei oggetti con gli altri, né provato mai invidia verso gli altri, come accidenti ti viene di mortificarmi così? io andai a prendere il mio lavoretto con le lacrime agli occhi. Lo mostrai, lei soddisfatta commmentò che non avevo preso quello di un altro e poi andai a casa. A casa lo regalai a mia madre, piangendo. Dicendole che io non volevo che fosse riuscito così male, non volevo che si facesse la prova sul mio disegno, che mi dispiaceva tantissimo che non era perfetto. Mia madre mi disse che non faceva nulla, che era bello uguale e lo appese in corridoio. [Anni dopo mi confidò che effettivamente le mani non andavano colorate, ma che era carino e io davo troppa importanza alle cose.]
Mia madre ha fatto questo ogni volta che arrivava un lavoretto. Sia che ci fosse lo zampino delle prove empiriche della suora, sia che era proprio un mio disastro.
Mia madre, quel sempreverde di parole spesso poco confortanti per me, ha sempre trovato un posto per i miei disastri di bambina. Adesso non più, perché ne sono davvero troppi e ci vorrebbe un'altra casa.
Da allora i refusi sono stati sempre vicini al mio cuore e alla mia vista. La mia tesi di laurea.
Ricordo ancora le lacrime. Il tipografo aveva sbagliato il titolo. Il povero Nomos era diventato altro e la mia tesi venne grattata ben 5 volte prima di ottenere un risultato passabile.
La mia tesi di dottorato... una lettera modificò il titolo e il senso.. da PRECURSORE a PERCURSORE.. non ho pianto, ho solo tirato giù i santi, q.b., per far scattare il tipografo verso la correzione istantenea dell'errore, perché la mia tesi non aveva come oggetto un batterista di metallo pesante [cit.], ma un più rompiscatole modello del cinque-seicento.
E veniamo all'amico, da poco diventato editore, causa del post e del tweet.
Mi chiama venerdì. Trionfante mi dice "ho tra le mani il tuo libro, è proprio un bel libretto sai!" ed io "beh Mario, senti, è sempre possibile fare una edizione riveduta, vero? credo che debba lavorarci ancora, magari quando termino questa monografia che mi sta uccidendo" mario "di un libro come il tuo, di riedizioni si fanno, tranquilla, tanto al massimo venderà nella sua vita 200 copie, quindi no problem!" ed io "ua!200 copie?per un libro di filosofia,miti e cazzate? bello! son contenta!" e lui "beh un libro di successo ne vende 1000" io "non mi stroncare così nei sogni di gloria"
un attimo di pausa e poi la notizia "cintia, comunque le prime cinquanta copie hanno il dorso con il titolo sbagliato... lo abbiamo controllato in 4 e a tutti è sfuggito che non c'è scritto SOLONE ma SOLOE" io "O_O scusa, non ho capito? non solo i refusi dentro, che passi, non solo i refusi negli articoli, nonostante te li correggo e il cristiano ne aggiunge degli altri, MA PURE SUL DORSO...allora tu mi vuoi male....piango..."
Chiaramente se 200 sono le copie che venderà in circa dieci anni, 50 sono state stampate, credo, per amici e parenti, le 200 ufficiali, forse, partiranno senza REFUSI in copertina, ma solo all'interno...  insomma mi chiedo: all'amatissimo prof. che darò? una copia con in dorso SOLOE? ma soprattutto gli dirò che sarà un libro di successo e che si ritroverà una prima edizione con tanto di errore e perciò più preziosa?
ecco, quando pensavo che avrei dovuto credere di più in me stessa, non ho mai pensato di dovermi convincere di esser la nuova scrittrice di best-seller...né che il mio prof.,per quanto amato, sia come mia madre che vada orgoglioso di me che l'imprecisione pare mi sia dentro e si manifesti subito appena agisca.
maledetto refuso.

cambio di luce

Quando le giornate si allungano, la mattina del weekend riesco a svegliarmi all'alba e quasi non ne sento il peso. La cosa non è granché utile, quando il lunedì arriva spietato e con una lista di cose da fare enorme. Tuttavia è il chiaro segno dell'estate in arrivo.
Da piccola ho odiato con tutta me stessa l'andare prestissimo al mare e il ritornare a casa altrettanto presto. Adesso alcune cose sono cambiate, altre, ovviamente, no.
In quelle cambiate posso farci rientrare senza problemi il fatto che, ultimamente, scendo a mare verso le 7,30 della mattina, l'acqua è ancora calda dalla notte, la sabbia è freddina e il sole inizia a splendere, avvolto in una vestaglia di foschia trasparente. Di fatto alle 10,30, massimo le 11, quando cioè i miei genitori scendono, faccio ritorno a casa, con un po' di neve nelle tasche per cercare di avere il tempo di rilassarmi, prima che loro arrivino e mi sfascino ogni proposito di calma.
Poi a mare ci ritorno verso le 14, a volte, nelle giornate in cui il mio bisogno di mare e zero pensieri, si fa più concreto. A casa lascio la mia pennica pomeridiana a far compagnia al dolce far niente, che nulla fa, se non pensare, troppo e sempre alle stesse cose.
Questa mattina avrei dovuto svegliarmi verso le 10, in effetti l'orario in cui ho iniziato a scrivere qui sopra, invece alle 7,30 ero in piedi. Non pimpante come un grillo, ma in piedi.
Ho il profumo del mare e del sole nelle narici. Gli occhi, chiusi o aperti, vedono sempre la stessa immagine, la mia Itaca che, bagnata del sole e di quei pochi zampilli di vento, ti fa venire voglia di gavettoni e partite di pallavolo in acqua. Chiacchiere e libri, giornali con tante foto e poche parole e appunti per qualche idea buona.E poi lui.
Quel desiderio che, da un po' di tempo a questa parte, mi pungola. Un paio di occhi che si possono incrociare con i miei. Un paio di occhi che non pronuncino mai parole pesanti, annunci di finali di stagione, qualunque esse siano.
Gli anni mi hanno reso avvezza al minimalismo, al non sprecare il fiato con paroloni, ma di dimostrare che ci sono, che la mia presenza è vita, come acqua, ma alla stessa maniera, proprio perchè annego in giri di gentili espressioni linguistiche, ho maturato il desiderio di non voler sentire più parole a cui non corrispondano sentimenti.
Mi pesano le parole semplici, quando sono dette da chi non ne capisce il significato, brandendole come scuse di un cambio di programma, menzogne che vogliono essere rivestite di un abito buono e scintillante, ma che non riescono a celare il puzzo che trasudano. False come solo l'inadeguatezza mal celata attraverso il fiero petto tronfio di belle poesie può esserlo.
La mia vita ha bisogno di altro.

sabato 6 aprile 2013

ho il kharma in opposizione

Paolo Fox mi farebbe una ramanzina infinita, per cui evito di pensare che la negatività esista - anche se ne ho le prove provate - e cerco di capire il motivo di tanto accanimento terapeutico nei miei riguardi.
Le settimane stanno scorrendo via con una lentezza insolita, per quel che loro concerne in questi periodi, eppure continuano, inesorabili, a scorrere. Sempre in avanti, sempre verso un mare di possibilità e di imprevisti, che si generano, più o meno, con consapevolezza di chi li vive.
Il resto, invece, si attacca, come le stelle di mare o le cozze agli scogli. A volte è facile rimuoverlo, altre, se le colonie di cozze si sono moltiplicate, è più complesso.
Ma torniamo a me.
Stamattina ho aperto il mio pc, convinta di poter finire un lavoro, che mi sta togliendo il sonno da tempo. Dentro c'è buona parte di me o, forse, sarebbe più corretto dire che c'è la parte di me più seria e più tenace.
Ho iniziato prendendo il toro per le corna, prima che mi matasse, e ho cercato di farlo ragionare. Ho posto sul tavolo della trattativa dell'ottima zolla di erba fresca e pure un po' di insalatina, ma il toro ha detto "oggi voglio radicchio" guardandomi con aria di sfida.
Così, noncurante del fatto che il radicchio fosse rosso, ho deciso che la posta in gioco dovesse necessariamente essere mia. Ho preso il radicchio e l'ho sfogliato.
Il toro, prima ha mangiato senza guardare, poi ha iniziato a guardare e mi si è incazzato.
Chiaro. Il radicchio è rosso.
E la zolla, col tavolo, è saltata via.
Ma la mia pazienza è enorme, voglio il cucuzzaro e un toro, per quanto capricorno possa essere, beh non mi spaventa.
Ho finito un paragrafo in modo poco convinto, ho litigato con l'altro santo vescovo e ho aperto l'acqua calda. Il toro l'ho fatto accomodare nell'atrio della scrivania, tra pezzi di carta stampati e un mouse teneramente color fragola, e mi sono immersa, tenendo la radio ferma su morbida musica rock.
Pensavo che nulla potesse turbare l'immersione del mio corpo nell'acqua bollente. La musica, altina, ma tollerabile, è era quella giusta, la temperatura era ottima, e la luce diffusa dal sole pomeridiano incorniciavano l'unico pensiero che si confondeva con l'azione del continuare a riempire la vasca.
Ma.
Il telefono squilla.
E io sono la cretina - la negatività non esite, mi ripeto, sono proprio io che non gliela fò - che non si porta appresso il cordless. Faccio finta di nulla. Ma il telefono continua a piangere come un bambino impazzito da un dolore lancinante. Mi preoccupo. Esco e asciugata alla bell'e meglio, mi precipito sul telefono. Che smette di piangere. Vedo il numero. Mia zia.
Ok.
Ritorno in vasca, di corsa.
Il toro è lì. E' sempre lì, vede la scena, e se la ride, beffardo.
Mi torno a rilassare.
Termino il mio trattamento. Stappo la vasca e vo' di doccia energizzante. Poi un riflesso di un vapore troppo ampio. Mi incuriosisco. Mi giro.
E zampilla felice l'acqua dal tombino di sicurezza dal lato opposto della stanza, riempiendone metà di acqua.
Cosa fare? Via più veloce della luce, asciugatura, imbalsamatura di crema, vestizione e stiratura completa in due nanosecondi, e su di straccio e di secchio per tirar via l'acqua. E mentre la tiro via penso "è tutta colpa di quel vescovo malefico!!"
Ora se una persona pensa, mentre tira via l'acqua, che ha invaso mezzo bagno, al paradosso del bambino e di sant'Agostino [che chiede "ma non puoi mica tirar via l'acqua del mar con un secchiello?" e il bambino gli risponde "beh manco tu comprendere Dio con la tua testa"], la persona suddetta, forse, ha bisogno di una vacanza.
E, mentre il lavoro continuava, inesorabile, ho sbottato "e che c'ho il kharma stortoooo!!!"
Distrutta dal bagno rilassante e convinta che, sì, i bagni caldi facciano bene soprattutto alla testa, evitando di farti pensare, ho trovato il toro, ridimensionato a bue morbido, che continuava a ridermi in faccia.
Stasera lo caccio di casa. E cambio la serratura.

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