lunedì 24 giugno 2013

i primi caldi (parte seconda)

Scontato quanto imperdibile il puntatone di studio aperto sul come difendersi dal caldo, direi che si può tranquillamente passare all'altro annoso problema del come difendersi dagli altri esseri insofferenti alle temperature alte.
Ora, che l'estate sia un evento ciclico, l'uomo dovrebbe essersene accorto da parecchio, che poi l'uomo metropolitano, dotato delle più moderne stregonerie, decide di farci la guerra, direi che si tratta chiaramente di insania mentis.
Se si riflette, per un attimo, sull'abbigliamento del passato, si potrebbe notare come da sempre il genere umano abbia inteso coprirsi più di svestirsi e che l'ultimo secolo abbia riportato alla luce vecchie usanze in voga tra i romani e i greci. Insomma due lenzuoli posson bastare per coprire le pudenda.
Ma cosa accade se le temperature decidono di passare da 18 gradi a 35 nel giro di tre giorni? e se poi ai 35 si aggiunge un tasso di umidità pari al 70/80%?
Ecco.
La reazione dovrebbe essere "restare a casa, bere molto, mangiare frutta e verdura ed evitare di esporsi nelle ore più calde" (studioaperto docet). Ma se, per lavoro, giri parecchio e la macchina non la puoi usare, che fai? Ti affidi a loro: gli specialisti del trasporto urbano, i draghi del traffico su otto ruote parallele, i mezzi pubblici.
Terrore di ogni autista e angustia di ogni passeggero, le fermate e, in particolare, la prima fermata post-deposito è un must imprescindibile per tutti.
La corsa alle porte, due. Poverine. Sembrano impaurite più dell'autista, che preme il pulsante di apertura. Scattano non necessariamente all'uninosono, restando, a volte, bloccate a mezz'aria. E si entra. Tutti insieme. Pacchi, contropacchi, persone, animali a quattro e a due zampe con la stessa ferocia che ci può riscontrare ai saldi di Harrods, ma con un abbigliamento meno formale.
 La caccia al posto è subordinata alla sopravvivenza dell'entrata, poi scatta la seconda fase. Il massacro di vecchi e bambini per accaparrarsi un posto.
Ora, se siete poco avvezzi e non siete di napoli e non siete mai stati ad attendere un autobus dai venti ai quaranta minuti non potete comprendere appieno. Ma voi, signorini dall'auto sportiva, si, voi che avete il cambio sequenziale automatico perchè volete far vedere che avete il macchinino, voi che avete le smart, che di smart non hanno nulla, ebbene.. prima o poi vi capiterà e allora, io non vi aiuterò a sopravvivere.
Minaccia doverosa a parte, il caldo non aiuta.
L'85%degli autobus non ha l'aria condizionata, se ce l'ha non funziona, e se funziona ci sono i pinguini putrefatti in obitorio che occupano pure il soffitto.
Non sono schifiltosa.
Prendo l'autobus dal lontano 1998 ed ho visto cose che voi umani potete pensare accadino solo nei film.
Ho visto autisti in difficolà in curve per macchine lasciate come si potrebbe lasciare un cesso in mezzo ad un foresta, e visto scendere operai (in ritardo per andare a lavoro) spostare l'auto a mano, dondolandola.
Ho visto autobus agganciare sotto le ruote pannelli di acciaio, lasciati all'incuria delle strade e da qualche pirla e fare le scintille ai lati come se fosse ritorno al futuro, con un rumore assordante da traffico di new york all'ora di punta con tanto di lavori in corsa.
E poi vedo, dati i giorni di caldo estremo, le scene di panico tra i passeggeri. Quelli, anzi quelle signore furbette di poco più di mezz'età che puntano il posto e che chiunque ci sia seduto deve eliminarsi. O drogati strafatti che vogliono questionare sul se la porta non si apre e sul perchè un autista prende uno stipendio, anche se poi non apre la porta ROTTA alla fermata.
Ora. Passi per la rompipalleprofessionista, che si elimina solo con cuffiette nelle orecchie, aria indolente, semisfatta e drogata, e con l'aria di una che non capisce la lingua (no, no... assolutamente no intiendo palabras). Ma il drogato di metadone, quello no.
Per mia natura, tendo a non prendere mai questione, ma l'altro giorno non ci ho visto più.
La porta avanti rotta, l'autista che si passa la mano sulla coscienza (saltate 4 corse, ovvero 90 minuti senza far partire una macchina sulla linea napoli-caserta via caivano -cioè l'interno-) e decide di partire lo stesso, avvertendo i passeggeri che lui porterà tutti a casa, ma non si deve usare la porta avanti.
Prima fermata. Tutti dentro dall'unica porta. Allucco di avviso dell'autista e via.
Seconda stazione. Due anziane, si convincono subito e entrano dietro.
Terza stazione. Un ragazzo cotto dal mare. Non si convince subito, farfuglia qualche bestemmia, ma entra nella bolgia dalla porta di dietro.
Continua così fino alla 15' stazione. Due mezzi rincoglioniti (coscienti della situazione perchè dentro dalla prima fermata) vogliono aprire spaccando la porta. L'autista li manda a fanculo o più gentilmente gli riferisce di andare dove hanno appuntamento. Loro escono e ma vogliono fare a mazzate. Tempo un secondo, un drogato di metadone strafatto che tenta di aprire a tutta forza la porta. Io e un'altra passeggera praticamente urliamo all'unisono senza conoscerci minimamente "MA NUN VIR' C' NUN FUNZIONA???STA A PORT' ARRET' ECHECAZZ!!" (ma non vedi che non funziona? per cortesia, sarebbe meglio se entri dalla porta posteriore, accindentolina!)
Entra. E praticamente ci assale.
Io non mi tengo la posta e ribatto. Alla mia fermata, butto tutti fuori per uscire e l'autista mi grida "TI PREGO VIENI FINO A CASERTA QUESTI NON LI TENGO A BADA PER TUTTO IL VIAGGIO!"
=_='

giovedì 20 giugno 2013

i primi caldi (parte prima)

Si sa il caldo dà alla testa e, se poi si tratta delle prime vampate di calore, beh.. allora la miscela può essere tranquillamente esplosiva.
Sono andata e venuta da roma. Il mio esser pellicano viaggiatore non si ferma mai, al massimo si adegua nella mìse, cambia qualche orario, ma direi che non accenna mai a fermarsi.
Ho avuto la brillante idea di andare a roma vestita di una gonna diritta e di una maglietta semplice, zeppa comoda ma sfiziosa e, sottolineo, e un trolley non troppo voluminoso, riempito di 2 faldoni da 10 cm l'uno e da un altro paio di "piccoli"fascicoli.
Mi sono presentata prima del solito in stazione e munita di un trolley che pesava quindi quanto hulk concentrato in poco spazio, mi sono incamminata, incerta, su un asfalto dissestato e su sampietrini malefici.
Arrivo sotto l'arco della stazione e ci trovo uno dei miei ex capi, che non riconoscendomi (avevo anche gli occhiali da sole grandi) mi scambia per una bella gnocca in difficoltà e si appresta, col suo charme, a chiedermi se avevo bisogno di aiuto. Ecco. Prima che ciò accadesse, cioè pronunciasse qualcosa, l'ho tolto dall'imbarazzo, l'ho salutato e lui si è ripreso. Ha farfugliato qualcosa e sono andata via.
No. Sto cercando di smettere con gli ammogliati.
Non che abbia iniziato, ma no. Vorrei smettere ora che posso. Subito.
Treno arriva, entro, trovo il mio posto e SBAM.
Mi si siede di fianco un signore avvenente quanto può esserlo un paciughino sulla cinquantina che, appena visto il note2, nonostante stessi ad ascoltare musica, mi ha praticamente fatto ottomila domande sul telefono e dintorni. Scopro che l'avevo visto, purtroppo, in tribunale e alla fine mi dà il suo biglietto da visita. Nella speranza che io lo chiamassi per uscire.
No. Sto cercando di smettere con i cinquantenni.
No, sul serio. Io non ho nulla contro di voi. Anzi.
Ce ne sono pure alcuni che si sono tenuti così bene che ti fanno ancora saltare tutti i nervi, bottoni e zip che si hanno addosso, ma vi prego, no, no e no.
Sto cercando di smettere di fare colpo sul rattuso nostrano, identificabile sì con quasi tutto il genere maschile, ma più specificamente individuabile nella figura di Fantozzi con la lingua da fuori e dell'età superiore ai quaranta a salire, preferibilmente ammogliato [ma non si disdegnano i liberi per scelta altrui]. 
Faccio voli pindarici, arrivo da una parte all'altra di roma, riesco a fare tutto e si, lo ammetto i romani sono troppo piacioni e se permettete, a me il romano me piace.
E' gagliardo per definizione. Ce l'ha nei geni, è la raffigurazione del soldato, in Asterix e Obelix, che, ignaro dell'esser stati avvistati da Obelix , sta spiegando al commilitone come si cucina meglio lo gnocchetto. Tenerezza e simpatia. E soprattutto quando un uomo ti fa sorridere, ha indubbiamente fatto colpo.
Come Romeo, il gatto degli Aristogatti, er mejio der Colosseo.
Andiamo, il romano piace per la sua parlata un po' biascicata, per il suo effetto charmant che ha, quando deve aiutà na pupa, sopratuto se straniera, inzomma diciamolo è signore nell'anima [consiglio di leggere le ultime righe come le leggerebbe Alberto Sordi]
E infatti gli altri romani incontrati sono stati simpaticissimi. Torno in treno, gambe in affanno, sono praticamente una sorta di muratore, abbronzata praticamente come ciò che mi sono vestita. Entro.
E torno alla normalità.
Settantenne rattuso che ci prova in ogni modo e stroncato prima di subito da un mio "basta così" e un trentacinquenne normale che ogni tanto buttava l'occhio verso di me, ricambiato, ma a forza di buttà l'occhio e de ripigliarselo, perché stava a telefono con l'azienda, beh, non c'è stato verso di poter approfondire la guardata.

martedì 18 giugno 2013

rock&wind

La roccia bianca sfidava ogni giorno i venti che passavano di là, soprattutto quei soffi urlatori, che anticipavano i grandi freddi, i grandi Maestrali.
Magnifici, freddi, maestosi. Portavano tutta la saggezza del nord e il profumo di lavanda, le raccontavano di quello che avevano visto in giro e, come solo anziani signori distinti, erano capaci di un affetto sincero seppur distaccato.
Conosceva tutti i venti, portatori di novità e quelli borbottanti di ricordi e rigurgiti di passati remoti e prossimi.
La roccia bianca, anni prima, forse secoli prima, in una notte di luna piena in cui le stelle quasi sembravano lucciole fioche nel cielo, sentì che ci sarebbe stato un tempo, ma non sapeva dire quando, in cui i venti non l'avrebbero più scalfita e che avrebbe trovato il suo vento, l'unico.
Quella notte passò o, forse, passarono i secoli.
Stagioni e venti si alternavano.
La roccia bianca era splendida, quasi lucida, la luna vi si specchiava, la pioggia e il mare la bagnavano. Ogni estate aspettava gli Scirocchi, caldi dei deserti, dai profumi forti e intensi. Portavano sempre notizie che sapevano di gioia e frivolezze.
Poi il giorno cadde.
Il sole e la luna si fusero; la luna nascose il sole e il cielo si oscurò. Per un attimo la roccia bianca si raffreddò e in quell'istante una carezza tenerissima, lieve, inconfondibile. Veniva da sud, silenzioso, gentile.
La roccia ascoltò la sua voce come per la prima volta. Quel vento era diverso. Non urlava, ma aveva tante cose da raccontarle e aveva qualcosa che le ricordava un'altra vita. Quell'Ostro era diverso dagli altri, la conosceva.
Era lui che quella notte, secoli prima, l'aveva abbracciata. Era lui che le passava accanto proprio nell'ora più alta della giornata, per poi tornare, quasi indisturbato di notte, portandole gocce nuove d'acqua diversa. Sempre da sud, ricordandole un fuoco che le era familiare. 
La roccia bianca aveva ascoltato il suo silenzioso vento del sud. La roccia ricordò quell'attimo di tanti secoli prima e gli altri scomparvero. 

domenica 16 giugno 2013

12 ore di lavoro

Che il lavoro nobiliti l'uomo si sa, che lo devasti, anche quello è noto.
Ho aperto il pc alle 8,30..ora sono le 20,30, ho fatto solo un'ora di pausa divisa in pranzo cena e lavaggio capelli. Tra poco continuerò a sistemare le cose che ho deciso di ultimare e varerò ufficialmente le 12 ore filate di lavoro. Intellettuale.
E già. Chi lo avrebbe detto.
Che far girare i neuroni stanca.
Che consuma energie, che ti fa fare il culo piatto e la testa piena di idee e pensieri.
Che ti fa avere sonno di lunedì e ti fa pensare "bah meno male che vado a lavoro domani".
E già.
Perché il lavoro è una cosa seria. E il mestiere pure. Io sto imparando a gestire una passione, facendo esercizi di tecnica, per arrivare a sfruttarla tutta e renderla ancora più piacevole.
E quando penso che potrei far diventare la mia passione qualcosa di più, ho paura. Perché le idee costano e nessuno ti riconosce il prezzo giusto ed equo per quelle idee.
Così cerco di non avere un obiettivo, soprattutto che non sia la passione fine a se stessa, che si autoalimenta ed autoproduce, incanalata in una tecnica espressiva che permetta di sublimarsi e meravigliarsi di se stessa e meravigliare chi le è accanto.
Dodici ore di lavoro.
Avrei voglia di farne altre docidi senza avere sonno e, magari, trovare una mia tecnica, simile a quelle ufficiali, ma mia.
Come una fender stratocaster personalizzata.
Unica.

giovedì 13 giugno 2013

buonanotte

ho idee confuse e la calma, che pensavo di aver riavuto per due minuti, mi ha lasciato di nuovo in mano alla mancata chiarezza.
e così vi lascio con una canzone che spero vi accompagni nel mare dei sogni

martedì 11 giugno 2013

qualcosa

Qualcosa accade sempre, sopratutto quando sei già provato da certi eventi e vorresti farne a meno. Come me, oggi, che ho girato su ritmi folli, tra ansie, inquietudini e pensieri a cui si poteva porre rimedio senza grossi problemi.
Perché mi complico la vita? perché non posso evitare di preoccuparmi di cose e per cose che non mi spettano? eppure non ho l'istinto della crocerossina e men che mai quello della buona samaritana.
Evidentemente chi è causa dei suoi mali, davvero può e deve piangere solo se stesso.
Ma poi?
intendo cosa si fa dopo che si è pianto il necessario per le proprie ragioni sbagliate e per i torti commessi? dico pur volendo piangere e ancora piangere, dopo che si fa? si va in depressione, ok, poi? si resta lì? cioè in un limbo in cui si tollera tutto e si lascia passare ogni cosa, finendo di esser degni di esser chiamati ignavi e finir dimenticati pure da un Dante che ci osserva incuriositi e da un Virgilio che ci schifa?
Mi domando poi a cosa serve piangere per se stesso, se poi non si pone rimedio a se stessi e non si cambia, elevandoci.
I dubbi restano e le lacrime da stanchezza fanno capolino in modo imbarazzante, ora che dovrei leggere cose mie.

lunedì 3 giugno 2013

venire e andare

Tornare e partire, anche.
In fondo.
E neanche poi tanto.
Il venire presuppone che stia andando incontro a qualcuno con cui si sta parlando e, forse, è così in questo momento. E l'andare mi richiama alla mente il movimento esattamente opposto.
Torno alla scrivania, osservando la marea di carte e di domande che esse contengono ed esprimono nel loro essere adagiate come belle al sole su di una spiaggia affollata.
La sciarpa tolta da una strapazzata ventiquattrore, penne nere e blu a circondare i libri, evidenziatori fucsia e verdi di lato ad un computer di color bronzo e una pila indiscriminata di pensieri accanto ai dolcetti sopravvissuti, ma consapevoli della loro imminente fine.
Mal di testa.
L'aria condizionata del volo di ritorno mi ha stonato. Sento pulsare la cervicale.
Ho fame.
Torno in cucina e vado a fare un'ispezione approfondita nel frigorifero. E vengo a conoscenza dell'eco che vi alberga e delle coste di sedano con cui sta giocando a carte. Richiudo la porta del frigo, solo per non interrompere la partita.
Domani parto di nuovo. Oggi resto qui. Chiamo una pizza farcita ed una coca-cola rigorosamente normale.

domenica 2 giugno 2013

domani venezia

giusto una comunicazione di servizio. Che poi sarebbero stati sufficienti anche i 140 caratteri di twitter, anzandone molto spazio. Ma perché la cosa rileva importanza da aver bisogno di qualche carattere in più, scriverò della noia domenicale, appena consumata in pigiama e vestagliona antisesso e bigodini medi in testa dal fascino irresistibile.
Potrei sembrare maga magoo in questo preciso istante, ma in celeste, però.
Ho sonno, ho dormito poco ieri, perché mi sono messa a tuitterare.
Ho letto un po' di articoli di varia natura, cercato, in modo quasi indomito, un saggio in tedesco gotico, che vuole, per forza, farsi beffa di me. Ah si.. ho anche decorato, alla bella e meglio, la torta per il compleanno della mamma. Compleanno festeggiato praticamente a rate, perchè ho combinato un casino con i turni a lavoro.
Vabbeh, domani sono in laguna, anzi sarò a rialto. E sta diventando una routine. Almeno una volta al mese.
Almeno ci avessi un'amante.
E no. Persona seria, professionale e illibata.
Praticamente una suora in missione. Quasi piango.
Ma mi trattengo dal farlo, su.
Non voglio trovarmi nella spiacevole situazione di allagare il pc, peraltro, nuovo, e poi sperare nel miracolo per resuscitarlo.
Ma la verità è che non voglio allagare il post, perché un giorno potrei pure trovare una app da applicare a post come questi, dove appena si legge (anche in mente- questa sarebbe la diavoleria-) una certa parola, il post si allaga e trasuda acqua dallo schermo, dando così, finalmente, quella sensazione di umidiccio che l'anima può avere in certe situazioni.
Tranquilli, però, non ho tutti sti soldi per darmi da fare così tanto.

sabato 1 giugno 2013

a sproposito di pioggia e simili


"notte strana quasi lugubre, senza luna, stelle e lucciole..." cantava max pezzali [in la donna il sogno e il grande incubo] e potrebbe essere la descrizione più o meno simile della sensazione provata ieri sera nel ritornare a casa, dopo una ennesima giornata passata sui libri(ma l'università non l'avevo finita da un po'?).
solo che ieri, alle 23,30, la notte non era strana, era proprio lugubre, luna e stelle avevano lasciato il posto a miliardi di litri di acqua piovuti a mo' di cascata lungo il tragitto per casa (insomma una nuvola di fantozzi più violenta..perché io le cose o le faccio o non ci penso proprio!!)e le lucciole (cmq intese) lo credo bene che non ve n'erano manco in controfigura!!
Ovviamente il pensare di fermarmi-far-spiovere-riprendere-la-marcia non era solo una ipotesi da scartare, ma non era proprio contemplata nel manuale sopravvivenza, tirato fuori per la giusta occasione ieri notte, per portare la mia persona e la mia clio a casa.
Così dopo aver scoperto che le spazzole del tergicristallo, messe a tutta velocità, possono non liberarti dell'acqua, che ti si sta abbattendo addosso, neanche per un secondo, mi sono decisa nel proseguire con le 4 frecce inserite (faccio notare che se avessi avuto un bengala di segnalazione e le luminarie delle fiere in auto, ieri, le avrei utilizzate tutte!!)
Insomma, ieri notte, Zeus aveva le palle che giravano come pale di un elicottero...
A 20 all'ora sull'autostrada che sembrava un fiume in piena, un mal di testa a gogò, io pensavo: "ma a Napoli, quanti centimetri di acqua pioveranno all'anno? li sta scatenando tutti adesso?o questi sono quelli avanzati dalla scorsa stagione??..mmmmah...!"
I pensieri a 20 all'ora, con fuori il putiferio e la convinzione che non sei sulla strada di casa, ma sotto il flusso di una cascata incazzata (e ti chiedi pure se è la cascata che si è spostata sulla tua auto o sei tu che hai sbagliato strada) non è che possono riguardare l'esiguità della vita!
A quello, al massimo, ci pensi quando vedi, giusto un secondo prima di sterzare al volo, un'auto impantanata in mezzo all'autostrada..ma questo pensiero, in fondo, è breve, perché almeno ieri il mio era "ma ti pare che a quest'ora(mezzanotte)con il mondo che mi sta piovendo addosso, in radio, non passi nulla di decente??"
Beh se Zeus aveva un qualche problema evidente di incontinenza, il buon dio dell'etere radiofonico ha ascoltato il mio lamento e mi ha concesso una serie di canzoni (dai Nirvana a Shakira, dagli Aerosmith ai Bon Jovi) che mi ha accompagnato fino alla ricerca del posto sotto casa.
La serata si è conclusa con una perla, che, mai come ieri, mi sentivo di aver guadagnato.
Sull'ultima nota ho spento il motore, dopo la manovra fatta praticamente alla cieca.  
TIME OF YOUR LIFE- GREEN DAY

water&fire

Tanto tempo fa una goccia d’acqua si innamorò di una scintilla di fuoco. La vide mentre scendeva insieme alle sue amiche sotto forma di pioggia. La scintilla giocava nel fuoco della grande bocca del vulcano.
Un giorno il vulcano aveva tutta l’intenzione di esplodere e la scintilla conosceva, dal canto suo, il destino che l’attendeva. Avrebbe dovuto illuminare per quanto più le era possibile la sua zona per poi decidere se tornare nel vulcano e rigenerarsi o lasciarsi andare alla trasformazione.
Non era la prima volta che doveva decidere sul da farsi, ma era la prima volta che pensava di trasformarsi. Quella goccia d’acqua che scendeva così meravigliosa dal cielo qualche giorno prima gli doveva esser sembrata un’ottima ragione per trasformarsi.
La notte era giunta, le prime stelle iniziavano a trapuntare il cielo in attesa della luna, che, indaffarata, correva da una parte all’altra del cielo per svegliare tutte le stelle dormiglione.
In un attimo il vulcano si svegliò. La decisione era presa, quella notte la scintilla avrebbe fatto di tutto.
L’acqua era pronta, la decisione era presa. La goccia aspettava il momento giusto e prese posto.
Tutto pronto, la luna rischiarava una notte meravigliosa. L’attimo arrivò. La scintilla e la goccia si riconobbero.
Fu l’eternità. L’acqua e il fuoco si abbracciarono, si scambiarono le anime e riscrissero la loro storia.
La goccia divenne aria e la scintilla roccia.

e il giorno della marmotta

Quando dovevo scegliere un titolo per il mio spazio virtuale non ho avuto dubbi: questa è la mia vita del Liga. Ne condivido appieno il significato espresso e continuo a ripetermelo ogni volta che mi sembra di essere sopraffatta dalla molteplici marmotte che mi circondano e mi invitano a marmottare insieme a loro, ma.
Ma con il buttare nel cestino il 2007 ho deciso che, se gli altri marmottano e vogliono farmi marmottare, io non marmotteo più!!
BASTA AL MARMOTTAMENTO! (ho detto no al marmotta-status!!)
Del resto per esser marmotta dentro, ci si deve avere l’anima di un qualcosa di pelosamente letargoso e sopra ogni ragionevole dubbio decisamente con l’istinto alla fotocopia massimizzata.
(per quanto questo discorso sembra il frutto di vari bicchieri di braghetto, devo constatare il mio essere sobria!)
…ecco diciamo che la marmotta per eccellenza è colui/colei che si presenta nella tua vita come nuovo, ma con uno strano “retrogusto” di stantìo, che non sai spiegarti, e poi si rivela una sorta di deja-vù costante, che porta la propria esistenza al perenne sbaglio.
In 27 anni ho notato il fare sistematico di questo genere di persone, che entra ed esce dalla mia vita, traumatizzandomi ogni volta.
Così, mentre fino a dicembre ho arredato il tunnel marmotto in cui ero caduta, ora canto con Caparezza (e il braghetto) SONO FUORI DAL TUNNELL ELL ELL ELL!!!!!
Ora se non altro riconosco più velocemente la marmotta che alberga negli altri, come nell’ultimo periodo che ne ho beccata un’altra ignara di esserlo -del resto la vera marmotta non sa di esserlo per chi gli è attorno- e così la ho scacciata più o meno come l’aglio per i vampiri.
Archiviata la fotocopia, mi viene spontaneo di condividere con voi una sorta di VADEMECUM sulle Marmotte:
1) la vera marmotta non sa di esserlo per voi, di solito non conosce il vostro passato e non ne vuole sapere nulla.
2) la vera marmotta, fino dal primo istante, vi suona nuovamente familiare e vagamente vecchio -uso pane della settimana passata che vi siete dimenticati di buttare.
3) la marmotta si appalesa con gesti semplici e, in genere, con tipici gesti che vi mutano dei simpatici esserini sputafuoco -idre, draghi, vulcani, o simili- di solito si tratta di gesti che appartengono al vostro passato.
4) adottare una marmotta NON è la soluzione. Perché le marmotte sono letargose cioè dormono e ciò non significa che sono tenere, ma che sono prive di energia quindi adottarle significa alimentarle, scaricando la vostra energia. Quindi non adottate marmotte.
5) evitare le marmotte fa bene alla vostra energia, al vostro equilibrio interiore, e anche a loro, infatti marmotteranno altrove
6) se si è data “corda” ad una marmotta, essa tornerà da voi ciclicamente, è un fatto di energia.
7) non tentate di imitare le marmotte o cmq non date sfogo alla vostra maromotta interiore, è assolutamente deleterio perché allora ci si ritroverà a vivere in una sorta di matrix…e Keanu Reeves non è detto che vi salvi (detto per inciso, non è il cucchiaio che si piega, sei tu a piegarti…)
8) tutti, me compresa, si è marmotte per gli altri. L’importante, al fine di evitare la degenerazione, non è l’avere la presunzione di considerarsi unici o semplici o altro, ma l’essere certi che come si è non ce n’è al mondo, perché si odiano le massificazioni e le uniche fotocopie che si sopportano -e manco poi tanto- sono quelle fatte in ufficio per lavoro!
BACI

Ti racconto una storia.

Anche se ammetto di non essere particolarmente ispirata, mentre correggevo gli orrori della mia tesi, mi è venuta in mente quanto ieri avevo raccontato in una telefonata.
Il titolo della storia potrebbe essere la beffa del primo novembre.
Da sempre, chi soffre della presenza, ingombrante, di genitori relativamente anziani, sa anche che il loro cruccio è vederti esattamente come una bridgette jones in miniatura.
Come lei, tocca sopportare la solfa delle presentazioni e, come lei, si tenta di annegarle in vario modo. Personalmente preferisco il sistema di annegarle nell’acido, non nell’alcool, conoscendo la mia proverbiale incapacità di reggere un tasso alcolemico superiore al bicchiere di vino rosso.
Negli anni passati, ogni primo di novembre, cadenza che potrebbe quasi ricordare il giorno del ringraziamento nel libro/film della eroica ragazza inglese, ci si reca nei cimiteri.
La circostanza, già bieca di suo, si consuma da anni, nella giornata sbagliata, visto che il primo di novembre ricorre la festività di tutti i santi, specie quelli che nel calendario, per qualche ragione recondita (vuoi la mancata raccomandazione terrena, vuoi la dimenticanza di uomini senza fede), non sono presenti.
E come ogni anno, tutti imbellettati, qualcuno pieno di ricordi e qualcun’altro pieno solo di una ricorrenza di cui non capisce il significato, ci si reca nel luogo di culto.
Ora, personalmente mi reco in tre cimiteri, stante lo sparpaglio dei miei parenti. Il mio preferito resta quello dove sono sepolti il nonno e la nonna. Strano che mentre lo scrivevo la nonna la considero ancora viva pur essendo passati quasi sei anni. È un cimitero piccolo, si incontra gente che non mi conosce e, sopra ogni cosa, è troppo interessata a mia madre, memoria storica portatile ed estraibile del ramo della famiglia casertana. Per cui quoto quel cimitero come luogo di asilo politico.
Gli altri due, rispettivamente quello dove c’è mio zio e quello dove c’è il resto della mia famiglia, sono enormi, dispersivi, ma soprattutto in grado di destabilizzarmi, ogni santo anno.
Gli episodi sono molteplici e si ripetono costantemente ogni anno. Come ogni anno il primo novembre ritorna.
La scena che si consuma tra il viale del pianto (è così che si chiama una delle strade del cimitero nel quale passo più tempo) e quello della misericordia è sempre la stessa. Mia madre, causa perenne come un pino mai ingiallito dal corso degli anni, saluta persone che l’hanno salutata. Nel giro di un attimo, mentre lei fugge, perché tenta disperatamente di scappare come una inseguita dalla guardia di finanza, c’è sempre qualcuna (attenzione “a”) che la ferma.
E si consuma la tragedia.
“ma è tua figlia? È troppo bella!ma posso presentarle mio figlio?”
La formula è sempre uguale. La donna, senza il suo brillocco, avanza la proposta, indecente per me, di presentarmi un essere la cui consistenza si riduce ad un fantoccio trasparente e dispettoso.
Per anni, mia madre si è interrogata sul da farsi. Negli scorsi due anni, mia madre è andata oltre. Oltre la mia pazienza e capacità comprensiva. In uno slancio temerario, quasi quanto uno stantman impazzito, decide di approfondire. Inutile dire che il risultato è stato inenarrabile.
In compenso per almeno due settimane, in casa, si fantasticava su sta cosa. Anzi, i miei fantasticavano. Io sbattevo la testa nel muro. Così, per sfizio.
Tornando al discorso del primo novembre, c’è da dire che io, in quanto nata di novembre e per giunta il 17, ne sono molto legata, il primo novembre segna il count down al mio compleanno. E anche quest'anno la maledizione ovviamente si è abbattuta su di me. 
Ebbene si, anche quest'anno, mia madre è riuscita a portarsi dietro, come una sorta di calamita, una sua amica di liceo. Quest'ultima, madre sconsolatissima di un campione di beltade e di principi attivi come, tra gli altri, il bifidus actireguralis, appena vista mia madre, anzi, me, ha pensato "TOMB-OLA!"
Già. 
Eravamo quasi usciti da quell'inferno di persone chiacchieranti, mancavano poco meno di 500 metri alla macchina, il traguardo era lì a portata di mano. Per un breve istante ho pensato tra me e me "quest'anno no! è quasi fatta!", mi stavo gustando il risultato e... l'aggancio. 
E' bastato un attimo di distrazione, papà che si ferma e... "mariateresaaaaaaaaaaaaaa!!! ma come stai bene!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!" 
un brivido percorre la mia schiena, mi faccio forza, sorrido, troppo tardi. 
"ma questa è tua figliaaaaaaaaaaaa!" urlandolo a tutta voce. 
Vi risparmio i dettagli (sempre uguali da almeno 10 anni). 
Conclusione: dieci minuti a ricostruire la conoscenza tra mia madre e la cristiana, per me emerita sconosciuta,
ulteriori dieci minuti per capire per quale legame familiare fosse in quel luogo,
ulteriori ottanta minuti di confabulazione familiare sulle qualità del bifidus. 
Risultati: la mia pazienza consumata già nel breve lasso di tempo che è andato dalla pronuncia della "m" di mariateresa e la fine della "a" della stessa parola.
Considerazioni finali: il prossimo anno mi organizzo diversamente. parola di lupetto.

Guida semiseria e Conoscenza interiore del mondo dell'avvocatura civilistica (napoletana)

TAGLIATELE LA TESTAAAAA! (disse la regina rossa furente alla povera alice in scatola)  
ma prima puoi andare un attimo a ROMA? (aggiunse...)

Sottotitolo: IL LUPO DI ESIODO C'AVEVA RAGIONE.

Le storie dei praticanti avvocati o giovani avvocati non sono tutte frutto di leggende, piuttosto, appartenendo - ma ancora per poco oramai - alla seconda delle due categorie, sono tutte storie vere che, purtroppo, divengono tragicommedie metropolitane.
Del resto è pur vero che ogni professione ha i suoi difetti, ogni inzio ha i suoi momenti complicati, eppure quelli, che devono affrontare i giovani polli laureati in giurisprudenza, hanno sicuramente la stessa consistenza delle avventure di Mister Magoo e Willy il Coyote insieme.

Conto a parte deve farsi per coloro che nascono in una famiglia di azzeccagarbugli. Loro, qualunque generazione rappresentino all'interno di tale "casta mobile" (come le scale della rinascente), hanno l'indubbio vantaggio di commettere gli stessi errori dei poveri polli senza denominazione controllata, ma in fasce, quindi decisamente prima, o, comunque, con più stile.
Essendo io una polla, senza casato, posso raccontare il meglio e il peggio di questa condizione. La gavetta è lunga, tutti lo sanno, nessuno sa però quanto di preciso.
Quando inizi, subito dopo l'agognata proclamazione, voci raccontano (la verità è che non sai chi è che ti dice, ma di solito è sempre qualche figlio/a di colleghi dei genitori, dall'alto del suo nobel in diritto) che impiegherai 5 annidi duro lavoro per vedere i giusti frutti.
Così, con la speranza nel cuore, si inizia.
E qui si inizia a scoprire che le bugie sono il vero cuore del mestiere.
Le regole da comprendere sono poche e sono ferree. Capirle può essere utile alla sopravvivenza. Accettarle significa già essere un maestro zen, viverle applicandole....beh raggiungere uno stadio di nirvana applicato, dove - senza offesa per gli illuminati veri - si vaga con l'espressione soddisfatta di un micio che ha appena mangiato e l'atteggiamento fisico di Robocop.






a) Mai cambiare gli equilibri, ovvero la regola del Gattopardo.
In qualsiasi studio si entri, tutto cambia, velocemente e continuamente, al fine unico di non far nulla per cambiare.
http://scienceray.com/biology/ocelot-2/
Il praticante entra in uno studio sempre pieno di speranza (di guadagnare), di forza (di imparare) e di boria (perchè gli anni in università lo hanno convinto di conoscere ogni parola dei codici). Ma in poco tempo, il 90% delle volte, la speranza è fatta fuori nei primi mesi, la boria si incendia lasciando al suo posto un mucchietto di polvere fine aspirata dalla Hoover dei cazziatoni quotidiani (prima, dopo e durante i pasti saranno serviti e praticati con affetto di un boia dal proprio dominus) e resta solo la forza (e non perchè ci si senta un moderno Luke Skywalker).
Tutto ciò al solo scopo di creare un nuovo equilibrio, corrispondente ad uno pseudo disequilibrio psichico del praticante e ad una posizione, apparentemente, nuova nello studio di questo ultimo, in realtà uguale ai suoi predecessori e a quella dei suoi successori.


b) La valanga NON ha inizio dal cucuzzolo, ma la sua causa è a valle, ovvero la favola del lupo e dell'agnello.
Tutto quello che fai è sbagliato. Quello che non fai, pure. Non c'è modo di dimostrare che quel particolare adempimento o controllo non spettava a te, non c'è modo di impuntare sufficientemente i piedi o di usare atteggiamenti di violenta repressione verbale contro il tuo capo. Se fai bene, lo studio non ringrazia e va avanti. Se qualcuno del gruppo fa male, la colpa è tua.





c)  Bisogna sapere che domani non è detto che sia un giorno differente e che il panta rei è una salvezza. 
Ogni giorno si scoprirà che le variabili ai due punti precedenti sono praticamente infinite e si declinano quasi in modo spettacolare autoriproducendosi e, sopratutto, automoltiplicandosi. Negli anni ho potuto notare che i giorni si dividono in uguali e non differenti. In quelli non differenti si riesce a riportare a casa la pelle. In quelli uguali si resta proprio incolumi. Ma l'unica regola che ti lascia sopravvivere a giudici incomprensibili, a udienze fiume e a impronunciabili bestemmie dirette a colleghi senza elasticità è il panta rei.
Già. Tutto scorre. Compresi gli anni. Comprese le suole che farete cambiare alle scarpe, compresa la qualità della pazienza che si mette in gioco per mettersi in fila davanti a delle ascensori, davanti ad un magistrato, davanti ad una porta di una cancelleria. Cambiamo noi che questo mestiere lo facciamo, a volte, anche distratti da altri sogni. Cambiano le persone che abbiamo davanti, magari distratti dalla nostra voglia, esuberanza, passione, professionalità.

E alla fine? nulla... ha ragione la Regina di Cuori quando gridava "tagliatele la testa", perché in fondo Alice aveva semplicemente la testa nel fumo. Ma aveva ragione anche Alice che, con la Regina di Cuori non aveva nulla a che vedere, aveva nella testa il Brucaliffo.

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