lunedì 30 settembre 2013

il titolo non ce l'ho. ovvero 999 rouge dior.

mica tutti i giorni è facile trovare un titolo e, oggi, non ne ho davvero nessuno.
mi hanno insegnato che in questi casi i titoli vanno sempre individuati per ultimi, quando lo scritto ha una sua forma ed autonomia, ma se io non gliela volessi dare? se volessi semplicemente raccontarmi qualcosa che mi va? allora si, forse il titolo di oggi sarebbe 999 rouge dior vernis.
già.
una donna sa sempre di poter chiedere o di poter essere esaudita. c'è sempre qualche uomo che la soccorrerà nel momento di difficoltà. ma, poiché spesso si è sostanzialmente abituata a far da sole, scoprire che ogni tanto possa anche esser oggetto di venerazione pure fa piacere.
la giornata piovosa, la complicità di due occhi verde bosco e parole accomodanti erano cornice e quadro di un giorno anonimo.
e il 999.
il colore è certamente il rosso, contro il grigio anonimo di secchiate d'acqua, che cadevano ritmiche sull'asfalto, anch'esso grigio.
avrei voluto esser al mare. forse, avrei semplicemente voluto fermare il tempo, giusto per tutto il tempo che desideravo. 

venerdì 27 settembre 2013

sfoghi e abat jour

scrivere è uno sfogo. dimentico che ci possa esser qualcuno che legga e scrivo. parole su parole per liberarmi di quello che mi frulla per la testa.
apro e chiudo parentesi, apro e chiudo finestre, apro e chiudo porte. accendo e spengo desideri, accendo e spengo luci, accendo e spengo phon.
domani una mia amica si sposerà. io per esser presente, almeno al suo si, mi dovrò fare una trasferta, ma ci sono abituata. faccio trasferte per lavoro molto più estenuanti.
ma stavolta un po' mi pesa.
mi pesa l'animo che è inquieto. e non certamente per il matrimonio.
mi chiedo se davvero sono così sempre uguale, senza mai cambiare.  mi chiedo come sia possibile avere sempre gli stessi piatti da mangiare e non ribellarsi o, peggio, ribellarsi ma esser costretti a inghiottire comunque.
controllo un telefono che dovrei smettere di controllare, guardo i siti dove sono connessa per vedere se c'è la novità che aspettavo. come se il Cielo avesse il mio numero di cellulare, ma soprattutto si potesse manifestare con un messaggio privato

lunedì 23 settembre 2013

durante l'attesa

Se si aspetta un bus, si rischia di passare le ore ad una pensilina. Così ci si attrezza, si telefona, si legge, si conversa con le persone e, magari, si scrive qualche tweet.
Se si aspetta un bus, e non si aspetta null'altro, capita che si conoscano persone divertenti, straordinariamene normali, eppure assolutamente uniche.
E così capita di attendere, fermi o in movimento lentissimo.
Poi ci sono cose che, forse, non si dovrebbero neanche pensare. Si guarda il telefono, che non squilla, la posta, che è ferma a tre giorni prima, e ci si rende conto di doverla smettere.
Quante volte ci si dichiara liberi, quando si ha il cuore occupa da ansie e pensieri e quante, volontariamente, si decide di pensarsi impegnatissmi, ma si è semplicemente a caccia di vuoti da riempire.
E se i vuoti e le attese avessero anche loro una dignità? Perché star lì a dirne di tutti i colori contro i vuoti, a perdere, e le attese, infinite?

venerdì 13 settembre 2013

basi troppo chiare e top coat olografici

Checché se ne dica o si possa pensare, il venerdì resta il miglior sabato del villaggio di tutti i tempi. A volte il giovedì fa da preambolo o overture ad uno scoppiettante fine settimana, che parte quando si chiude la porta dell'ufficio dietro di sè.
C'è chi ha la fortuna di poterla chiudere in un orario ancora compatibile con le spese settimanali e con due negozi aperti per quella camicia vista giorni addietro e c'è chi ha da restare fino all'ultimo nella sua gabbia amata fatta di carte, pc, pensieri e discussioni.
I programmi si fanno a partire da qualche piccola concessione, una sorta di schiaffo a quella regola, che ti fa stare stretto in un centimetro quadrato. Ma gli stessi spesso vanno in frantumi come bolle di sapone, lasciando dietro di sé la perfezione di colori e forme giusto quel tanto che basta.
La tolleranza espressa a profusione dal lunedì precedente si trasforma in pazienza infinita e le attese, questa volta al centro estetico o dal parrucchiere, vengono prese come catarsi di un tempo che ci si concede di far trascorrere senza una necessaria meta.
Ma la base è davvero troppo chiara, bisognerebbe renderla più scura per ricavarci qualcosa di almeno passabile, così l'acetone, corretto ai mille oli inutili e vitamine improbabili, viene nuovamente chiamato in causa. Si potesse davvero passare un batuffolo di cotone con dell'acetone a portar via quei residui di ciò che non ci piace più o semplicemente di ciò che proprio non si riesce più a tollerare il peso.
Come una girandola di colori, ripenso alle pagine introduttive di zerozerozero. E' vero, non si ricorda solo con la testa. Per questo, forse il mio stomaco, capace fino a poco tempo fa di digerire anche le peperonate andate a male, non riesce più a reggere neanche del riso in bianco.
Virerei volentieri verso qualcosa di più audace, magari ad un effetto tridimensionale o olografico che porti via verso un'alternativa a cui non si era pensato. Quasi, quasi, si potrebbe andare in un qualche museo... per restarci tra le opere inconcluse.

domenica 8 settembre 2013

collezioni

Non sono mai stata una capace di collezionare alcunché. Un po' perchè mi sento frettella (traduzione napoletana di un ben più armonico ed accattivante "i want it all, and i want it now" dei queen), un po' perché sono sempre rimasta priva della gioia di completare un fetentissimo album.
Da bimba cresciuta, le cose non sono cambiate, anzi se vogliamo, sono peggiorate. Hai voglia a meditare e placare le tue zampe, riflesso condizionato di una mente che produce troppi sogni, troppo grandi e belli sai (cit.). Hai voglia a trasformare tutte le tue vibrazioni in energia che viene celata in un corpo abbastanza poco individuabile nella massa.
Così ti celi. La voglia non c'entra più nulla. Lo fai perchè è troppo per tutti quelli che ti hanno attorno. Lo fai perchè celare è un gioco, la cui gestione è però complessa sulla lunga.
Da piccola spesso dicevo che volevo mi si regalasse qualcosa, non mi interessava il cosa nello specifico, il più delle volte mi sarebbe piaciuto avere semplicemente un dono, una finta cosa comprata solo per arruffianarmi. Ovviamente per la mia educazione non era contemplabile e così sono rimasta con la voglia, insana, di volere sempre qualcosa di nuovo, che tuttavia non posso mai avere.
E qui veniamo al fatto che non mi accontento. Il che sarebbe anche un bene, se però, vuoi la pigrizia che mi accompagna, vuoi la frettellosità smaniosa che prende il sopravvento in giornate uggiose e non, insomma, non mi lagnassi di continuo.
Lo vedo. E si, lo vedo che mi lagno. Mi lagno del fatto che nessuno mi regala niente (la vita non mi pare abbia un outlet da qualche parte), mi lagno del fatto che devo sudarmi tutto quello che faccio (non c'è chi non paghi un prezzo per la sua fortuna), mi lagno del fatto che, nonostante tutti gli sforzi compiuti in tutti i sensi, i risultati tardino a venire e mi scatta l'ansia mangiasperanza e mangiavita (l'autolesionismo mentale è il mio forte). Insomma diciamoci la verità, caro il mio psicologo da quattro bottoni bucati, io colleziono lamentele, autoprodotte, e smalti.
Chiaramente sugli ultimi avrei qualcosa da dire per quanto concerne le nuances sul rosa, ma lo so prima o poi riuscirò a fare pace anche con loro, che da anni mi fanno venire l'orticaria.

lunedì 2 settembre 2013

rientro in città

scrivo da una postazione differente dalla mia solita. Sono nella stanza del dipartimento, ovviamente in fortissimo anticipo sul mio orario universitario. Mi sto godendo questo momento di silenzio e di pace. Tra un'ora si inizia la quadriga degli studenti.
Ho passato un'estate a cercare di non fare nulla. In effetti ci sono riuscita. Ho persino evitato di fare il mio solito viaggio. Ma quello spero di recuperarlo in qualche modo.
Da questa postazione insolita, osservo come il sole entri nelle feritoie delle strade, Via Sedile di Porto sembra si stia ridestando lentamente da un'arsura che le ha cambiato il volto per un paio di mesi. La polvere dei lavori si è fermata, i lastroni sono tornati al loro posto e le macchine sono parcheggiate in fila indiana, incastrate alla perfezione.
Il tribunale attenderà la mia presenza fino a domani, quando il rientro sarà completato di tutti gli elementi della normalità.
L'ultima mezz'ora sarà di programmazione. Già... mi programmo i fine settimana, le uscite, la ripresa delle attività sportive o quasi, e persino certo lavoro che dovrà esser costretto in ranghi più piccini.
Ok. Ora voglio andare in ferie. Troppo pensare.
Ho deciso di pensare meno, parlare meno e scrivere di più. Insomma triplicare la passione, migliorare il lavoro e allergerirmi.
Si, mi metto a dieta. Sigh. 

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