domenica 19 gennaio 2014

un racconto per qualcuno



Svegliarsi senza voglia di fare alcunché e sapere di non dover fare altro che rilassarsi, questo era il desiderio di quel sabato un po’ uggioso e molto più freddo del previsto.
Aveva appena aperto gli occhi, la stanza era già riscaldata, doveva ancora fare colazione e, in fondo, benediceva Dio di aver imparato da casa a mettersi la tovaglietta con la tazza già la sera prima.
Si stiracchiò ancora sotto le lenzuola, come un gatto, ancora con gli occhi assonnati e cercò il maglione che usava per vestaglia.
Driiiiiiiiiiiin...
Si, pronto, ciao.. a che ora? No, ma sono ancora in pigiama... possiamo fare magari nel pomeriggio? Ma scusa se stai in ufficio e poi hai un appuntamento io che c’entro? Nooooo... no... no... vado a fare colazione... baci.
La casa era ancora avvolta nell’oscurità delle tapparelle abbassate, piano piano, si mise in moto e aprì le finestre e si rintanò in cucina. Il micione, che normalmente di notte dormiva praticamente addosso a lei, aveva deciso di dormire direttamente sulla poltrona della tv. Riempita la ciotola, la sua e quella propria, afferrò i biscotti e iniziò a mangiare.
Neanche aveva terminato, il tempo di mettere la tazza nel lavandino e di continuare a poltrire, che la porta ebbe il suo che dire.
Chi è? il volto di chi l’aveva cercata prima a telefono e il suo volto scanzonato.
Apre, incurante del suo stato tra il vagabondo trasandato e lo style grunge rockettaro di una star degli anni 80 dopo una sbornia, lui, chiaramente perfetto nel suo stile di legale d’assalto. Sembrava uscito da una vetrina di quei negozi fashion urban di via montenapoleone a milano. Vestito scuro con cravatta sul vinaccio, camicia bianchissima, gilet scuro in tinta, giubbino casual chic aperto e collo da motociclista ancora infilato, il tutto completato da una borsa, simil valigia, di carte e di parole, immancabile auricolare, stile operatore in matrix e telefonata in corso.
‘Beh?’ Disse lei senza dare importanza a quella visita.
‘Certo che potresti anche aprire la porta in babydoll una volta no?’
‘Con il rischio che poi neanche mi scopino? No, preferisco andare sul sicuro. Dimmi perché qui? Non dovevi passare in studio eccetera eccetera?’
‘Mi fai entrare?’ Disse mentre già scavalcava la padrona di casa e la lasciava attaccata alla porta blindata.
‘Certo, fai pure...’ rispose lei, quasi ironica.
Il micio era già andato a curiosare e chiaramente aveva deciso che la borsa gli piaceva.
Richiuse la porta alle sue spalle, lui la bloccò e iniziò a baciarla.
Non lo aveva fatto prima, era tanto tempo che la desiderava, che stava impazzendo.
La borsa, intanto, divenne il nuovo tiragraffi del micione.
Lei, un po’ sopraffatta da quell’iniziativa, stette buona, poi iniziò a togliergli tutto da dosso, più lui la baciava, più la lingua di lui si attorcigliava alla sua, più lei si ricaricava e smetteva di scappare.
Lui iniziò a baciarle il collo, a metterle le mani ovunque, a sentirla, a guardarla con ogni senso che possedeva.
Non riuscivano quasi a respirare, ma si respiravano l’anima e la pelle, lei si divincolò per un secondo, incatastando il giovane ariete su di una poltroncina messa all’ingresso, gli salì sopra senza troppi complimenti. Lui le aveva sfilato la maglia del pigiama e affondava le mani sulla schiena, nel frattempo lei gli sbottonò la camicia e prese a baciarlo sul petto. Non ci volle molto ad arrivare, seppur lentamente e seppur con tutti i brividi del caso, a sfilare la cintura e a slacciare il pantalone, mentre lui continuava a baciarle la testa sulla massa di capelli di lei e insinuava le mani ovunque e le dita iniziavano a lambire parti intime.
Lei era una gatta, di scatto, nell’inarcarsi di piacere, per quelle dita un po’ troppo curiose e un po’ troppo malandrine, agguantò la bocca di lui con foga e lo travolse. Il resto dei vestiti venne quasi solo scostato per poter non perdere quell’intensità, quel fuoco.
I movimenti da prima lentissimi divennero sempre più decisi, i baci più passionali, le mani si attorcigliavano dietro la schiena di lei, che un po’ lo cavalcava e un po’ era guidata dal movimento di lui.
Qualche minuto dopo, rimasti fermi, abbracciati e un po’ scombussolati, si guardarono, risero e sorrisero. Lui la baciò dolcissimo, scostò tutti quei capelli che le coprivano gli occhi, e continuò a baciarla. Si abbracciavano stretti, quasi avessero paura che, staccandosi, quanto fosse accaduto, non fosse nient’altro che il solito sogno confuso della notte prima.
Le chiese: ‘che mangiamo a pranzo? Mangiamo qui o andiamo in un ristorante carino? Tanto è presto, posso addirittura stare qui tutto il giorno!’
Lei rispose ridendo: ah quindi hai deciso di metter su le tende?
Rimasero ancora un po’ così abbracciati e quando furono in condizione, cercarono di riprendersi i vestiti, cioè quella pallottola di cose che era stata abbandonata e somigliante ad un informe risultato di un lavaggio con centrifuga.
Lei si diresse verso la sua camera, ma lui la fermò cingendola con le braccia e le sussurrò qualcosa, e, quasi ballando un lento, entrarono in camera.

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