giovedì 30 gennaio 2014

Rifiuto

Esistono cose che si gettano praticamente contro il vento, si rifiutano, per l'appunto.
A volte si rifiutano anche le persone e tutte le loro azioni, comprese quelle che ci vedono protagonisti. Forse per incapacità nella gestione delle situazioni.
Forse perché non le si vogliono più.
In fondo, il rifiuto è proprio lo scarto che va tolto.
Anche quando si tratta di baci. Quelli che, normalmente, si potrebbero definire rubati, romanticherie strappate a giornate di corse ad ostacoli nei gironi dell'inferno dantesco.
Respingere un bacio è oggettivamente brutto. Sia che lo respinga una donna, sia che lo respinga un uomo.
Ma se si deve vedere un lato positivo, allora si potrebbe pensare che, per rifiutare/si, bisogna allontanare, cioè respingere, quindi spingere in avanti.. un po' come si fa con i maniglioni antipanico...
Quindi, forse, si tratta solo di uscire da una situazione - quella da cui si è respinti rifiutati - per prendere aria....

don't panic, the freedom is outdoor

venerdì 24 gennaio 2014

sollevare un'eccezione è un po' come prender tempo [ovvero una mail che avrei voluto inviare]



Ho riflettuto molto sul tuo comportamento, su quello che dici e su quello che hai detto. Ne ho dedotto che prendi tempo.
Hai ragione a prenderne. Io sono una maestra delle dilazioni temporali, ma, a differenza tua, prendere tempo per me significa solo osservare meglio quelle situazioni che sembrano succulente o, al contrario, pessime, per vedere quanto l'impressione iniziale abbia toppato nella sua prima classificazione.
Come hai notato, io non sollevo eccezioni, io la prendo alla larga. Spero, a volte vanamente, che il mio comportamento e le mie parole possano aprire gli occhi su cosa mi piace e cosa no. Ripeto, a volte vanamente.
Quasiasi cosa può essere oggetto di un'eccezione, qualsiasi frase o, addirittura, fatto può essere girato a favore di un interlocutore caparbio. Ma la verità, spesso altra rispetto rispetto alle eccezioni lava coscienza, salta sempre fuori.
Non ho bisogno di trovarmi a fare o a comportarmi da uomo. Non ho voglia di inviare rose rosse a dozzine per conquistare qualcuno. Non ho voglia di pregare insistentemente di conoscermi o di frequentarmi. Non ho voglia di prendere l'iniziativa. E non perché non abbia voglie o desideri, ma sono una donna e il mio ruolo lo conosco da sempre e lo accetto perfettamente.
Nella mia vita non sono mai arretrata o scappata di fronte a nulla. Lotto e ho lottato sempre. E, per quanto mi lamenti spesso di questa condizione di lotta per me stessa, solitaria e caparbia, non la baratterei mai per una sottomissione o una resa, solo per sentirmi consolare.
Si entra e si esce nelle vite delle persone, a volte in punta di piedi, a volte come dei tornado, ma se si entra, le regole da rispettare sono sempre le stesse (e Ligabue, in effetti, lo dice pure chiaro chiaro).
Io aspetto di entrare. A volte entro senza accorgermene, ma disturbo poco o nulla.
Sono paziente. Lo sono diventata, non lo ero e, in fondo, neanche mi piace aspettare. Ma so che devo aspettare per ottenere quello che voglio. Non per questo mollo o cambio il mio atteggiamento.
Qualsiasi cosa o parola o fatto accada tu la cambierai sempre a tuo favore. E te ne libererai anche la coscienza.
Ma a me non interessa.
Resto me stessa, con tutte le contraddizioni giornaliere, settimanali, mensili e annuali di cui sono capace, e resto autonoma e completa a prescindere da chi frequento. Non ho bisogno di un dispari per esser pari. Sono già a posto. Se non lo fossi, non potrei mai essere in grdo di essere né me stessa né capace di essere parte di una coppia.
Qualcuno mi ha detto che le forzature sono sempre un errore e ti si ritorcono contro. È vero.

giovedì 23 gennaio 2014

kilometri&kilometri

il riassunto di una giornata si riduce sempre a qualche parola, magari grugnita a fine serata, ma io, oggi, ritengo di essermi guadagnata il letto già a quest'ora.
sveglia alle5, treno alle 6,27 per caserta. Faccio prestissimo, inzippo i guardiani della macchina nella macchina e parto per la stazione di napoli. 6,9 km e arrivo alle 6. forte di questo anticipo, sbircio se c'è un treno prima. trovato! cavolo sono fortunata! corro al binario... il treno parte e mi lascia a piedi.
ok, poco male, ho quello che avevo prenotato, quindi non fa nulla.. ho appena concluso il pensiero e "ANNUNCIO CANCELLAZIONE TRENO REGIONALE N.... PER CASERTA DELLE 6.27"
cosa? scusa altoparlante ripeti!!! "ANNUNCIO CANCELLAZIONE TRENO DELLE 6.27 PER CASERTA, TRENITALIA SI SCUSA PER IL DISGUIDO, GLI UTENTI POTRANNO UTILIZZARE IL TRENO DELLE 6.54 DA PIAZZA GARIBALDI"
don't panic! si chiamano i guardiani della macchina guidanti verso casa "papà dove sei?ok mi vieni a prendere devo andare a caserta..." i guardiani arrivano, cedono il posto di guida e, con andatura leggera, raggiungo la stazione a caserta. quindi altri 30.7km.
a questo punto, sono arrivata alle 6.45 in stazione, il treno per frosinone parte alle 7.28... quindi cammino su e giù per il sottopassaggio...
arriva il minuetto e alle 9.08 sono a frosinone. 120 km di stazioni di cui conoscevo i nomi solo  per sentito dire.
vista l'ora, gli autobus non partenti, decido risolutamente di prendere un taxi e per ulteriori 2.5km.
Arrivo "avvocato noi non trattiamo la zona, deve andare a CASSINO" perfetto, aspetto un po' autobus, nulla, acciuffo altro taxi, altri 2.5km, e prendo treno per cassino...
e per soli 57 km il treno impiega un'ora e qualcosa...
via verso il tribunale.. 700metri. volo, ma sono fuori orario. corro come una disperata. nulla, devo inventarmi qualcosa, giro intorno.. mi faccio altri 400 metri.. poi risolvo, vado verso la stazione, altri 700 metri, poi devo tornare indietro sono altri 1400 andata e ritorno (scale escluse).
Prendo treno a cassino per caserta altri 78 km. il treno impiega un'eternità.
Poi auto di nuovo da caserta a casa..ovvero altri 33 km

Per un totale di ...333,1km e una cifra blu di tempo perso...
don't worry, don't panic...

domenica 19 gennaio 2014

è passato

è passato. è passato anche quel fremore, quei baci e quegli occhi scuri, vivi puntati dentro i miei. è passato quella sensazione di potersi ancora sbagliare e di lasciarsi andare, come un fuoco dentro un altro fuoco.
eppure nella doccia, quell'acqua calda che mi scorreva addosso, mi ha fatto pensare a quelle labbra.
e quelle labbra addosso, sulle mie, sul mio collo.
è stato troppo breve.
è stato troppo rapido il passaggio da futuro a presente e, quindi, a passato.
forse è giusto così. forse doveva proprio andare così. in fondo l'avevo sempre saputo e, forse, lo sapeva anche lui, perché è stato così fugace.
come un bacio profondo in un'ascensore, rubato agli sguardi, al tempo e agli dei.

un racconto per qualcuno



Svegliarsi senza voglia di fare alcunché e sapere di non dover fare altro che rilassarsi, questo era il desiderio di quel sabato un po’ uggioso e molto più freddo del previsto.
Aveva appena aperto gli occhi, la stanza era già riscaldata, doveva ancora fare colazione e, in fondo, benediceva Dio di aver imparato da casa a mettersi la tovaglietta con la tazza già la sera prima.
Si stiracchiò ancora sotto le lenzuola, come un gatto, ancora con gli occhi assonnati e cercò il maglione che usava per vestaglia.
Driiiiiiiiiiiin...
Si, pronto, ciao.. a che ora? No, ma sono ancora in pigiama... possiamo fare magari nel pomeriggio? Ma scusa se stai in ufficio e poi hai un appuntamento io che c’entro? Nooooo... no... no... vado a fare colazione... baci.
La casa era ancora avvolta nell’oscurità delle tapparelle abbassate, piano piano, si mise in moto e aprì le finestre e si rintanò in cucina. Il micione, che normalmente di notte dormiva praticamente addosso a lei, aveva deciso di dormire direttamente sulla poltrona della tv. Riempita la ciotola, la sua e quella propria, afferrò i biscotti e iniziò a mangiare.
Neanche aveva terminato, il tempo di mettere la tazza nel lavandino e di continuare a poltrire, che la porta ebbe il suo che dire.
Chi è? il volto di chi l’aveva cercata prima a telefono e il suo volto scanzonato.
Apre, incurante del suo stato tra il vagabondo trasandato e lo style grunge rockettaro di una star degli anni 80 dopo una sbornia, lui, chiaramente perfetto nel suo stile di legale d’assalto. Sembrava uscito da una vetrina di quei negozi fashion urban di via montenapoleone a milano. Vestito scuro con cravatta sul vinaccio, camicia bianchissima, gilet scuro in tinta, giubbino casual chic aperto e collo da motociclista ancora infilato, il tutto completato da una borsa, simil valigia, di carte e di parole, immancabile auricolare, stile operatore in matrix e telefonata in corso.
‘Beh?’ Disse lei senza dare importanza a quella visita.
‘Certo che potresti anche aprire la porta in babydoll una volta no?’
‘Con il rischio che poi neanche mi scopino? No, preferisco andare sul sicuro. Dimmi perché qui? Non dovevi passare in studio eccetera eccetera?’
‘Mi fai entrare?’ Disse mentre già scavalcava la padrona di casa e la lasciava attaccata alla porta blindata.
‘Certo, fai pure...’ rispose lei, quasi ironica.
Il micio era già andato a curiosare e chiaramente aveva deciso che la borsa gli piaceva.
Richiuse la porta alle sue spalle, lui la bloccò e iniziò a baciarla.
Non lo aveva fatto prima, era tanto tempo che la desiderava, che stava impazzendo.
La borsa, intanto, divenne il nuovo tiragraffi del micione.
Lei, un po’ sopraffatta da quell’iniziativa, stette buona, poi iniziò a togliergli tutto da dosso, più lui la baciava, più la lingua di lui si attorcigliava alla sua, più lei si ricaricava e smetteva di scappare.
Lui iniziò a baciarle il collo, a metterle le mani ovunque, a sentirla, a guardarla con ogni senso che possedeva.
Non riuscivano quasi a respirare, ma si respiravano l’anima e la pelle, lei si divincolò per un secondo, incatastando il giovane ariete su di una poltroncina messa all’ingresso, gli salì sopra senza troppi complimenti. Lui le aveva sfilato la maglia del pigiama e affondava le mani sulla schiena, nel frattempo lei gli sbottonò la camicia e prese a baciarlo sul petto. Non ci volle molto ad arrivare, seppur lentamente e seppur con tutti i brividi del caso, a sfilare la cintura e a slacciare il pantalone, mentre lui continuava a baciarle la testa sulla massa di capelli di lei e insinuava le mani ovunque e le dita iniziavano a lambire parti intime.
Lei era una gatta, di scatto, nell’inarcarsi di piacere, per quelle dita un po’ troppo curiose e un po’ troppo malandrine, agguantò la bocca di lui con foga e lo travolse. Il resto dei vestiti venne quasi solo scostato per poter non perdere quell’intensità, quel fuoco.
I movimenti da prima lentissimi divennero sempre più decisi, i baci più passionali, le mani si attorcigliavano dietro la schiena di lei, che un po’ lo cavalcava e un po’ era guidata dal movimento di lui.
Qualche minuto dopo, rimasti fermi, abbracciati e un po’ scombussolati, si guardarono, risero e sorrisero. Lui la baciò dolcissimo, scostò tutti quei capelli che le coprivano gli occhi, e continuò a baciarla. Si abbracciavano stretti, quasi avessero paura che, staccandosi, quanto fosse accaduto, non fosse nient’altro che il solito sogno confuso della notte prima.
Le chiese: ‘che mangiamo a pranzo? Mangiamo qui o andiamo in un ristorante carino? Tanto è presto, posso addirittura stare qui tutto il giorno!’
Lei rispose ridendo: ah quindi hai deciso di metter su le tende?
Rimasero ancora un po’ così abbracciati e quando furono in condizione, cercarono di riprendersi i vestiti, cioè quella pallottola di cose che era stata abbandonata e somigliante ad un informe risultato di un lavaggio con centrifuga.
Lei si diresse verso la sua camera, ma lui la fermò cingendola con le braccia e le sussurrò qualcosa, e, quasi ballando un lento, entrarono in camera.

giovedì 16 gennaio 2014

sull'onda della rabbia

Per chi non sapesse come funzionano le vite di chi lavora in università, oggi voglio dedicare, proprio sull'onda della rabbia, un post.
Il mio intento è che qualcuno legga e magari mi smentisca, che mi convinca che quello che vedo è solo una realtà completamente distorta e che, probabilmente, come "i ristoranti pieni" [cit.], anche le università sono piene di soldi e, perciò, è solo un problema di antipatia.
Per sommi capi e per linee semplici, posso dire che in università non tutti quelli che fanno lezione sono professori. Sono però docenti. I professori si dividono in ordinari e associati. I docenti invece sono una miriade. Rientrano nella definizione di docente anche i professori, tutte le volte in cui fanno lezione (l'italiano è una bella lingua.. praticarla di più fa bene.. docente è chi doce cioè trasmette conoscenza ergo insegna). Ma i docenti, ripeto, sono tanti.
Dopo i proff. ci sono i ricercatori e un gradino più sotto ci sono i dottori di ricerca con assegno di borsa, quelli senza e ancora più giù i dottorandi di ricerca con borsa di studio e non.
Ognuno trasmette le sue conoscenze, rispetto alle proprie ricerche, all'interno del sistema università, a vario titolo e con obblighi di posizione differente.
Tecnicamente più si va in alto, nella piramide, più la docenza diviene elevata e dovrebbe fondarsi proprio su quelle ricerche che ti hanno fatto diventare una simpatica talpa di biblioteca o di laboratorio. E sempre tecnicamente chi è in basso, nella piramide, dovrebbe docere di meno e ricercare tanto di più (perchè altrimenti cosa insegnerà mai?).
Ma cosa accade.
L'italiano sarà pure una bella lingua, ma la burocrazia ci mette lo zampino.
Si pensa, infatti, che chi è "afflitto" dal titolo di ricercatore sia l'unico deputato a fare ricerca, mentre i proff. (ordinari o associati) debbano solo servire a fare insegnamento.
Errore. Sfatiamo un mito.
I proff. insegnano, ma ricercano di più. Altrimenti cosa insegnerebbero?
Seguono i ricercatori, i quali dovrebbero, per l'appunto ricercare, formarsi, prepararsi al salto verso l'esser insignito del titolo di prof.
[Accenno solo che tra i ricercatori poi c'è anche un'ulteriore distinzione. Quella tra i ricercatori a tempo determinato, in via di estinzione, miracolati dell'università che possono vantare ancora di ricercare con stipendio a fine mese e scatti di carriera -più o meno collegati alla produzione- e i ricercatori a tempo determinato, in via di estinzione per fame, inventati dalla riforma gelmini, che avrebbero dovuto essere la spinta propulsiva ad uno svecchiamento universitario e un pungolo.. si..si.. se ci fossero i soldi, si facessero concorsi, e l'università tutta accogliesse poi sti cristi come prof.associati...qualora avessero tutti i titoli e le carte in regola.. certo certo..ok, bella questa battuta, vero?]
E i dottori di ricerca? se hanno un assegno di ricerca, assomigliano, nella funzione, ai ricercatori (hanno un mensile come questi ultimi, ma a tempo determinatissimo, pochi mesi o dodici), fanno docenza e tutto sommato per il tempo della borsa possono dirsi tranquilli. Chi è senza borsa fa ricerca, fa docenza e... fa anche un altro lavoro per permettersi la ricerca.
Già. Perché chi, nella piramide, è soggetta ai finanziamenti da parte del ministero è in realtà quella parte di giovani e poco più grandi che, da sempre lavora alacremente dietro le quinte, accontentandosi di sparuti contratti di docenza pagati meno di 500 euro (perché il proprio dipartimento ha finito i soldi) cerca di esser sempre presente.
I dottorandi sono chiaramente in una terra di mezzo. Se hanno la borsa per tre anni, riescono a vivere dignitosamente di ricerca, del loro lavoro. Già. Pare che sia così brutto in Italia dire che si vive dignitosamente con il proprio di lavoro. Polemica a parte, se non si ha la borsa, si deve lottare perché ci si possa rifare nel post-dottorato.
Di fatto, però, i ragazzi che frequentano l'università, che la vivono, che ne sanno loro che chi sta dall'altro lato e vive solo per la passione insana che ha e per la stima del più alto in grado? a loro interessa il voto, interessa portare a casa l'esame, passare oltre e scoprire il mondo del lavoro.
Ho avuto anche io una fase del genere, ma, forse, perché sono figlia di insegnanti (docenti di scuole medie e superiori) mi è passata in fretta. Conosco perfettamente il mio posto e quello di chi mi sta di fronte e giudico solo in base a quello che mi dà.
Ma lo Stato Italia che fa? I vari politici, che politicano politicando di politica, che decisioni hanno assunto per la ricerca? quali premi hanno attribuito per quei professori che continuano a pubblicare, indefessamente e fessamente, in più lingue articoli, saggi e ricerche nuove? quali e quanti premi hanno concesso ai loro staff affinché la ricerca non morisse?
I Prin e i Firb sono bloccati, non sono rifinanziati, la ricerca nell'ambito umanistico è ridotta ad un colabrodo...anzi.. è proprio sparita, quella scientifica se la passa un pochino meglio, cioè gli è rimasto il colabrodo..
Cosa si fa allora? si continua a cercare soluzioni. Si ricerca, perché la vita non si ferma. E per fortuna non si ferma a questi politici inetti, ma si deve anche lottare. E non perché qualcuno dopo di noi possa essere più fortunato e magari, dimenticandosi dei suoi avi, sputare pure verso quel cielo che io guardo piena di troppi sentimenti. No, voglio essere io quella fortunata, insieme a tutte le altre persone che, come me, stanno facendo sacrifici per dei sogni. E dei miei sacrifici devo poterne rispondere senza dovermi piegare. Perché non è vero che ognuno può fare il lavoro di un altro a sempre meno, perché la disperazione è un'arma. Già caricata. E non a salve.


lunedì 13 gennaio 2014

desolazioni e delusioni

Quando ho deciso di cambiare, avevo in mente una cosa indolore, ma nessun cambiamento è mai davvero indolore. E di solito il cambiamento passa sempre dal parrucchiere, perché, quando si decide di prendere in mano la propria vita, si passa dal nostro figaro potator di chiome, come se, tagliando, si potesse ripartire. Sansone insegnerà pure, ma tutti i Filistei schiattano comunque anche se la chioma è rasata.
Se ci si interroga, dico su Sansone e sul fatto che il 31 dicembre non modifica in nulla o quasi la nostra esistenza, finisco per dirmi che, in fondo, siamo sempre noi. Capelli corti o meno, anno vecchio o nuovo che sia, a dettare le regole della propria esistenza.
Ho passato anni a domandare scusa di come sono fatta, dei miei desideri troppo arditi, della mia cultura, come se ci si dovesse vergognare di un certo eclettismo, della mia pazienza a risolvere incovenienti e puzzle da 3000 pezzi.
Ho allontanato amori, che erano già lontani da me, e ho chiuso amicizie, che non avevano davvero una cera invidiabile.
Ho aperto tutte le ferite per disinfettarle e, quasi macrabamente, ho cercato di vedere quanto profonde fossero, per capire dove fosse la radice. Ho guardato così insistentemente quel sangue rosso, da innamorarmene, e ho ripulito tutto, cercando di non lasciare trasparire i segni di quella sofferenza che indolenzisce il corpo.
Ho avuto notti profonde, in cui la mia sola anima cercava di farmi da coperta, da angelo custode e da fuoco. E ho avuto notti talmente brevi da non accorgermi neanche di essermi sdraiata sul letto.
Ogni volta che resto delusa, mi viene da interrogarmi. Come se il problema della delusione fosse soltanto mio. Mi spiego. Che le delusioni siano normali, mi è chiaro, quello che non riesco a comprendere è come mai, io perda tempo a sviscerare la delusione e l'inganno che era sottesa, quando chi ha ordito l'inganno, aveva già stabilito tutto. Compreso il colpo di teatro, triste e malconcio, della sua uscita dal teatro senza stile né novità.
In fondo è come aver comprato il solito biglietto per il cinema e andare a vedere sempre lo stesso genere di film. Ora, anche io so che se "mi metto a vedere" i cartoni animati, mi ritroverò sempre con la stessa solfa, così come so perfettamente che se vedo un giallo, l'assassino è il maggiordomo, ma, accidenti, una volta tanto vorrei che il maggiordomo non fosse così scemo da farsi beccare e il cartone animato avesse una storia, si a lieto fine, ma fosse più consistente.
Ma la vita è un po' come un film ripetuto, puoi spostare qualche termine ma tende a ripetersi. Io porto bene a chi mi incontra, spesso chi prova a stare con me, poi trova immediatamente dopo la sua strada, forse ho il dono di aprire gli occhi su cosa serve nella vita. Ma come mai il tocco verso di me non ce l'ho? si tratta della solita sfiga o devo proprio cambiare strategia?
Dopo varie interrogazioni parlamentari ai fondi di tè intrisi di limone e miele (ognuno ha le afonie che merita), sono giunta alla conclusione che il mondo ti considera come tu ti consideri nel tuo intimo, così, se per troppo tempo ci si è visti come calimeri, non si può sperare di esser visti come cigni subito, ma bisogna impegnarsi verso se stessi.
E le delusioni? beh quelle continuano ad esserci. Come il compleanno trascorso senza alcuna notazione di rilievo, come un Natale passato sotto silenzio e una befana alla stessa maniera o come un'uscita che non ha prodotto alcuna scintilla.
Capitano, come capita che i gravi cadano attratti dalla forza di gravità.

domenica 5 gennaio 2014

notte di pioggia e macchine sportive

mi chiedo cosa ci sia di comodo in un bacio o in un momento di passione poco consumato a stento in un'auto sportiva.. beh nulla, se non fosse per il fatto che le endorfine in circolo non ti fanno sentire nulla, compresa quella botta presa a lato del ginocchio sinistro.
Già, la stessa botta che, la mattina dopo, ti fa bestemmiare, perché non ricordi dove te la sei procurata, ma soprattutto è quella stessa botta che ti fa pensare, in primis, che stai cadendo a pezzi e che, poi, viene rubricata sotto la voce "la prossima volta albergo".
ma le auto sportive sono anche le mie preferite, però. per (s)fortuna nel momento della scelta, a suo tempo, di un'auto, prevalse una parte di quel buon senso che si è tramutato nella scelta di una macchina comoda. così addio muso allungato e tagliato, addio assetto ribassato e cerchi da 21, addio profilatura aggressiva e linee secche ed essenziali interne, e benvenuta comodità di un profilo da mouse da computer, assetto più alto, profilatura morbida e linee tonde e preferibilmente bassa potenza. in fondo, siamo tutti costretti, prima o poi, ad adeguarci ad una natura imposta. io ho scelto il prima, perché voglio un poi diverso e davvero più adeguato a me.
e se la notte, cupa e piovosa, porta con se il dono di baci profondi e strani? perché dire di no? perché non approfondire il discorso? che piova allora, che soffi il vento tanto forte da modificare la caduta delle gocce di pioggia, che la notte sia scura e che avvolga tutto.
e i baci? cosa si può raccontare dei baci? chi aveva detto che erano un apostrofo rosa tra le parole t'amo? chiunque fosse, per me, era un mezzo rincretinito (senz'offesa per gli ammmanti del genere mieloso). io, ieri, avrei detto che erano, piuttosto, un dettaglio rosso scarlatto tra le parole "ti odio", sussurrate sorridendo a fil di labbra. non tutti i baci devono per forza esser rosa e inneggiare a primavere. personalmente preferisco quelli che inneggiano alla vita, alla passione e li preferisco rossi.
e se la notte era scura, dove si vedevano appena appena luci di strade in lontananza, un rosso fuoco, nascosto in un piccolo buio intimo, non era mica male nel suo brillare. anzi, non era mica un male il suo brillare rosso intenso per se stesso.

sabato 4 gennaio 2014

le note scorrono

Leggere una partitura significa sentire le note produrre un suono e non guardare più alla singolità del segno, ma osservare l'intera armonia, la confusione armonica di segni, punti, crome e biscrome, che abbelliscono e riempiono un pentagramma.
Avete mai provato a vedere la vostra vita come se fosse una partitura? io non ci riesco mai. Vorrei vederla però. Quando si inanellano scelte giuste, sembra che le giornate si abbelliscano da sole e suonino qualcosa di meraviglioso. Quando si inanellano sconfitte o errori, sembra che tutto abbia un suono greve e quasi nebbioso.
La storia, direbbe Hegel, andrebbe vista come una partitura. Arrivare alla fine per poter capire che c'era un filo, che c'è sempre un filo che ci lega tutti.
L'ennesima discussione, per quanto pacata, mi fa pensare a quante note stonate vengono suonate, creando disarmonie nell'aria della stanza che abito in questo momento. E quasi per necessità di un contrappeso, ho acceso il pc per ascoltare una raccolta di canzoni varie, che ieri avevo messo sulla pen-drive.
Rock, ieri avevo scelto, oggi non mi va di cambiare la scelta operata, e, di fatto, il suo scorrere è comunque più lieve del suono delle parole che si sono scambiate. Gli stessi argomenti, quando oramai sono sviscerati all'infinito, mi provocano l'orticaria e la voglia di fuga. Anzi, a dire il vero, nessuna fuga dalla realtà, ma proprio voglia di andare via. Lasciare tutto e arrivederci alla prossima volta.
E allora quasi, quasi, ora vado via. Magari stasera per prendermi una pizza con amici.

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