domenica 16 novembre 2014

vigilie e veglie

Ad ogni vigilia si tirano somme di conti spesso mai in pari o si cucina fina al giorno atteso.
In ogni caso non si sta con le mani in mano. Anzi no, nel primo caso, no. Si sta con i pensieri in mano e il cuore sul lettino del cervello.
Ho tirato molte somme con risultati in negativo e frustrazioni all'attivo in questi mesi. Ho cali fisici che mi permettono di dire che dormire è una cosa meravigliosa. E che se si potesse farlo accanto a qualcuno, che riesca anche a tollerare la naturale diffidenza di chi non ha mai dormito assieme a qualcun altro, direi che sia il massimo.
I giorni si accavallano, le vigilie si trasformano in veglie con candele ricolme di luce brillante in un buio pesto.
E poi si aspetta il giorno. Si veglia che questo sorga, per realizzare un nuovo inizio o, semplicemente, per siglare un nuovo patto con quella parte di se stessi che si ritiene ancora salva.
Mi manca il mare. Mi mancano le onde e il profumo. Mi manca il rumore continuo. Mi manca il vento che increspa la superficie dell'acqua, che resta profondamente calma.
Mi manca la sabbia.
Mi mancano notti passate in mezzo ad un bosco di cemento e vetri lontano da tutti, coperta da un mantello di invisibilità e di poche domande.
E ora più che mancarmi ne vorrei di nuove. Di diverse.
La vigilia si trasforma in veglia. La veglia in rassegnazione. La rassegnazione in passato senza ritorno e senza futuro. Se è vero che non abbiamo la capacità di guardare in due direzioni contemporaneamente, bisognerebbe scegliere di chiudere ciò che è dietro, alle nostre spalle.

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